A cura di: Antongiulio Barbaro, Alessio Bartaloni, Amos Cecchi, Antonio Floridia, Monica Liperini,
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani



Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.

Aldo Moro
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lunedì 28 marzo 2016

L'Europa dei Re e delle Regine non può capire ma solo perdere. Idomeni tra Waterloo e Dachau, la fine dell'Europa

di Claudio Gherardini

La nostra Europa ha perso perché non è stata abbastanza BELLA e FELICE e UNITA e men che meno SOLIDALE. Ha vissuto per almeno 30 anni nella bambagia senza nemmeno avere un dubbio che quel "benessere" non fosse per sempre. Invece le mafie e la corruzione andavano in metastasi pesante e le comunità anziché evolversi regredivano. Il tutto appariva negli anni 80 come il gran ballo sul Titanic che avrebbe trovato l'iceberg balcanico prevedibile da politici consapevoli ma non visto dai piloti dopati di allora. Dopo il crollo del Muro di Berlino l'illusione della felicità a buon mercato era una droga troppo forte per dei "narcotizzati" tutto discoteca e parrucchiere.

D'altronde siamo un museo più che un continente. Abbiamo ancora i Re e le Regine e siamo convinti di essere sempre i migliori mentre il resto del mondo sbalordisce della inettitudine, ignavia, ignoranza. C'è persino chi pensa di essere ancora nell'800 e agisce di conseguenza. Governanti, intendo, non gente "comune".

Siamo l'unica terra dove essere ignoranti è divenuta una virtù. Da quando è divenuta una virtù il crollo verticale è iniziato inevitabile.

Come potevamo pensare di essere immuni dagli eventi biblici e dalle migrazioni epocali che abbiamo anche contribuito a provocare ma che sarebbero comunque arrivate prima o poi?

Enormi sciacalli attendono il nostro crollo supportato da nostri "conterranei" che si nutrono degli intestini dei loro elettori anziché elevare loro le menti. 

Le potenze anti occidente producono ogni giorno centinaia di ore di informazione nella quale siamo descritti, nella migliore delle ipotesi, come poveretti asserviti al "mostro americano". Le varie enormi reti russe e cinesi spiegano come noi siamo il male assoluto e i russofoni vengono informati da molti anni che il nostro obbiettivo è distruggere la Russia. Le oligarchie, non certo i popoli, attendono il nostro crollo per mangiarci al dettaglio come stanno già facendo proprio in Ucraina e nei Balcani da Donesk al Pireo. Seguiti a ruota da Pechino che intanto si sta mangiando a ettari i terreni nientemeno che dell'Africa.

In mezzo al guado è rimasta la Turchia e qualche milione di persone che sono persone come noi. 

I termini come rifugiati, migranti, emigranti, fuggiaschi, li rendono diversi da noi e ci fanno sentire diversi da loro. Ma non lo sono.

Una formazione politica italiana, solo una in tutto il mondo, da trenta, dico trenta anni chiede l'entrata in Unione Europea di Israele e Turchia. Proviamo a pensare come sarebbe il Mediterraneo oggi se da trenta anni fossero a Brussels anche Tel Aviv e Ankara.

Questi voli immaginari servono a esercitare la Ragione e, appunto, l'immaginazione. Virtù scomparsa del tutto in Europa, non essendo riciclabile per vie demagogiche e populiste. 

L'Immaginazione e la Ragione...

Perché chi ne è dotato e anche il famoso mondo pacifista, non sono andati a Varsavia e Budapest, Sofia e Bucarest a spiegare cosa fosse il sogno del Manifesto di Ventotene? Spiegare che essere europei, oggi, è cosa diversa che essere ex funzionari del Comintern?

La grande occasione del crollo del muro di Berlino, che poteva davvero creare un continente nuovo e felice in barba alle democrature e alle dittature, è stata persa. I popoli si sentono più sicuri sotto Vladimir Putin che nei nostri staterelli antichi e arteriosclerotici. 

La Democrazia sembra non avere difese sufficienti e essere destinata alla estinzione tramite delle trasfigurazioni orrende manovrate da personaggi mai davvero evoluti e divenuti ora leader del ritorno al passato peggiore.

Su tutto regnano i finanzieri e i fondi comuni che decidono chi deve vivere e chi deve morire, in senso allegorico ovviamente. Anche perché sono persone come noi e siamo noi proprio in molti casi.

In mezzo a questo ingranaggio marcio e disumano si trovano purtroppo molti milioni di persone, eroi della sopravvivenza. Il "destino" ha voluto che a smascherare la vera natura delle nostre democrazie, una volta per tutte, siano state delle persone, circa quindicimila, capitate al momento sbagliato nel posto sbagliato della Storia.

La spianata dell'innocuo villaggio di migliaia di abitanti chiamato Idomeni, nella Macedonia greca, già terreno insanguinato nei secoli, come del resto tutti i terreni europei.




Veramente questi quindicimila pensavano di aver già lasciato il posto sbagliato, casa propria, e di essere in salvo e invece si sono trovati a affondare nel fango con i loro bimbi, per settimane.

Che abbiamo fatto alla Macedonia per essere trattati così? - Abbiamo cercato di spiegargli che la Macedonia è stata costretta a chiudere il cancellino davanti a loro perché lo ha chiuso l'Austria. Che l'Ungheria e la Bulgaria hanno schierato l'esercito per impedire alle mamme e ai bambini di filtrare nei loro territori e che la Polonia, la Ceska e la Slovacchia non vogliono musulmani nel loro terreno.

Allora questi quindicimila hanno aspettato, sempre meno pazientemente, di capire se esistesse un governo europeo e cosa avrebbe deciso. 

Il risultato delle decisioni è stato qualcosa di molto simile alla famosa frase "se non hanno pane mangino briosce". 

"Se vogliono andare al Nord, tornino in Turchia. Se vogliono fuggire dalla guerra, tornino nelle zone vicine alla guerra". Se vogliono la Libertà siano rinchiusi in centri militari.

E per ora sono sempre nel fango i quindicimila, come in un osceno reality show, uno zoo, paradiso di fotografi e videomaker che possono documentare come riportare alla inciviltà un grande gruppo di persone civili e in larga parte istruite. Come far ammalare bimbi sani e ammattire gli adulti.

E alla fine sono arrivati venti autobus, i primi venti, e in tanti con aria rassegnata, si sono decisi a salirci e tornare a Sud. Duemila a settimana saranno riportati verso l'Egeo e sistemati in campi militarizzati dove non potranno entrare che in pochi per controllare come verrano trattati.

Ma in tanti non vogliono salire sui bus e in diversi si allontanano la notte per cercare falle nel recinto sistemato dalla Macedonia e si sta pensando anche di entrare in Albania dove sono già in attesa. Albania e Italia, come nel 90, quando gli albanesi furono portati nello stadio di Bari, alla sudamericana.

E la Grecia c'entra poco e non ha soldi ma qualcosa fa. Un ministro del governo di Atene è andato a vedere Idomeni è ha pronunciato il nome DACHAU.

Ora con l'estate arriveranno altre masse anche in Sicilia. Cosa accadrà ancora?

Dopo la sconfitta sul campo di Idomeni, la sorte dei quindicimila come potente propaganda contro l'occidente, l'Unione Europea finisce nell'ombra della ignavia e per ricostruirne una immagine e una sostanza un poco più vicine al sogno di Ventotene ci vorranno decenni anche se si cambiasse direzione subito.


lunedì 9 novembre 2015

SREBRENICA 1995 – 2015 THE SEARCH FOR JUSTICE IV Antonio Cassese Lecture. 19 and 20 November 2015 Polo delle Scienze Sociali via delle Pandette – Florence

Nel luglio di vent’anni fa il genocidio di Srebrenica. Nel corso della guerra in Bosnia ed Erzegovina, le forze serbo-bosniache attaccarono l'enclave di Srebrenica, dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni Unite e dove migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio. Furono uccisi circa 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani e gettati in fosse comuni. Migliaia di donne – molte delle quali vittime a violenza sessuale - e bambini furono deportati in altre zone del paese.
A questa tragica pagina della storia recente è legata anche la figura di Antonio Cassese (ordinario di Diritto internazionale presso l’Università di Firenze dal 1975 al 2008), che nel luglio del 1995 era presidente del Tribunale penale internazionale per l’ex-Iugoslavia, all’epoca da poco costituito.
E in ricordo di Antonio Cassese l’Università di Firenze ha organizzato un convegno internazionale dal titolo “A vent’anni da Srebrenica, la ricerca della giustizia” che si svolgerà al Polo di Scienze Sociali (via delle Pandette) giovedì 19 (ore 16, Edificio D6 – aula 018) e venerdì 20 novembre (ore 10, Edificio D15 – aula 005).
L’appuntamento, promosso da Micaela Frulli e Luisa Vierucci del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Ateneo fiorentino, in collaborazione con Amnesty International-Italia, e il contributo della Regione Toscana, si aprirà il primo giorno con l’intervento di uno dei sopravvissuti al genocidio, Nedzad Advic, componente dell’Associazione Madri di Srebrenica, e di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International-Italia.
Il giorno successivo, introdotto dai saluti del rettore Luigi Dei, del direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Patrizia Giunti e della vicepresidente della Regione Toscana Monica Barnisono previsti gli interventi di alcuni tra i massimi esperti europei di diritto internazionale, tra cui Pierre Marie Dupuy dell’Università di Ginevra e Michelle Jarvisprincipal legal officer della Procura del Tribunale penale internazionale per l’ex-Iugoslavia. 
Alla Conferenza è affiancata una mostra fotografica di Carlo Martini "Srebrenica 1995-2015"
Gli eventi di Srebrenica sono stati definiti come “la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale”. Da allora, numerosi tribunali interni e internazionali si sono pronunciati sui crimini commessi sia sotto il profilo della responsabilità penale che civile, ma le madri di Srebrenica continuano a reclamare giustizia.

martedì 21 luglio 2015

Srebrenica 1995-2015: l’importanza di trasmettere la memoria del genocidio, di definirlo tale e di continuare a cercare di dare giustizia alle vittime

di Micaela Frulli (*)

For the dead and the living, we must bear witness
Elie Wiesel

L’11 luglio scorso, al Memoriale di Potočari, sono state commemorate le vittime della strage di Srebrenica, di cui ricorre il ventesimo anniversario. Nel luglio del 1995, nel corso della guerra in Bosnia ed Erzegovina, le forze serbo-bosniache attaccarono l'enclave di Srebrenica, dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni Unite con la risoluzione 819 e posta sotto la protezione dei Caschi blu dell’ONU (UNPROFOR), zona dove migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio.
Il cimitero-memoriale di Srebrenica-Potočari, in Bosnia.
Dopo la presa di Srebrenica, le forze dell’esercito serbo-bosniaco separarono gli uomini ed i giovani bosniaco-musulmani dal resto della popolazione e nel corso di 5 giorni tra l'11 ed il 17  luglio 1995 ne uccisero circa 8.000: 8.372 secondo le stime ufficiali. Migliaia di donne e bambine (25.000-30.000 persone) furono invece deportate in altre zone del Paese, molte di loro stuprate e sottoposte a violenze di vario genere.
Il massacro fu perpetrato dalle truppe dell’esercito della cosiddetta Republika Srpska, guidate dal generale Ratko Mladić, al momento sotto processo di fronte al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPIJ), con sede all’Aja. L’allora Presidente della Republika Srpska era il famigerato Radovan Karadžić, anch’egli attualmente sotto processo di fronte al TPIJ. Sotto processo per il massacro di Srebrenica era anche l’ex Presidente serbo Slobodan Milošević al momento della sua morte avvenuta all’Aja nel 2006.

venerdì 29 maggio 2015

A proposito di Bent di Martin Sherman: la rimozione della persecuzione nazista ai danni degli omosessuali e le sfide attuali contro l'omofobia

di Micaela Frulli (*)

Se mi si chiede di dire perché l’amavo,
sento che questo non si può esprimere che rispondendo:
“perché era lui, perché ero io”
Michel de Montaigne

Il 17 maggio, in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, la "Compagnia cervelli in tempesta" di Quarrata ha messo in scena Bent, di Martin Sherman, per la regia di Lorenzo Tarocchi. Lo spettacolo è stato rappresentato nella suggestiva cornice di Villa La Magia, messa a disposizione dal Comune di Quarrata che ha voluto patrocinare l’iniziativa e a cui va il grande merito di aver così sottolineato l’importanza di questa giornata.
La locandina della pièce Bent,
rappresentata a Quarrata il 15/16/17 maggio 2015.
Bent (il titolo si riferisce al termine slang utilizzato in alcuni Paesi europei per definire gli omosessuali) è stato scritto per il teatro nel 1979, ma finora rappresentato pochissimo in Italia. È un testo lucido e coraggioso e assai coraggiosa è la scelta di metterlo in scena per fare luce su questa pagina di storia quasi rimossa e per indurre a riflettere sul confronto tra memoria e attualità.
Attraverso la storia di Max, la pièce ci racconta il passaggio dalla Berlino di inizio anni ’30, dove l’omosessualità era tollerata, al clima di persecuzione di confronti dei gay successivo alla “Notte dei lunghi coltelli”. Max è costretto a fuggire e a nascondersi con il suo convivente Rudy, ballerino di cabaret. La fuga si conclude tragicamente sul treno per Dachau, dove Max rinnega la sua omosessualità, prende a calci l’amante Rudy, che viene poi ucciso, e possiede una ragazza morta per non ammettere di essere gay. Nel campo di concentramento Max, che ha finto di essere ebreo ed è stato bollato con la stella gialla, incontra Horst, che è marchiato con il triangolo rosa, simbolo riservato agli omosessuali, e tra i due cresce una storia d’amore delicata, improbabile, disperata. La relazione con Horst, internato per aver firmato il manifesto per la legalizzazione dell’omosessualità, porta Max ad accettare completamente la propria identità e a divenirne fiero.

lunedì 18 maggio 2015

Il sistema elettorale del Regno Unito e l'Italicum: intervista ad Antonio Floridia

Nelle scorse settimane il dibattito sui meccanismi elettorali ed i loro effetti si è fortemente ravvivato, sia in seguito all’approvazione in via definitiva - tra le polemiche - della legge di riforma per l’elezione della Camera dei Deputati (Italicum, 4 maggio), sia per il successivo esito delle elezioni per il rinnovo della Camera dei Comuni nel Regno Unito (7 maggio). Non pochi commentatori, a partire dall’attuale Presidente del Consiglio, non hanno mancato di sottolineare come nel Regno Unito si sia definita “la sera delle elezioni” nuova maggioranza conservatrice per la formazione del Governo, pur con il favore di solo il 36,9% dei voti. «In Italia con l'Italicum con il 36% dei voti si va al ballottaggio. Quanta superficialità e studiata disinformazione c'è stata nel dibattito sulla legge elettorale», si è affrettato a commentare Matteo Renzi. Concetto ripreso in un ampio articolo del prof. Roberto D’Alimonte, uno degli esperti di flussi e sistemi elettorali che ha collaborato alla definizione dell’Italicum.
2 aprile 2015: dibattito televisivo tra i leader dei principali partiti in vista delle elezioni nel Regno Unito.
Da sinistra: Natalie Bennett (
Green Party), Nick Clegg (Liberal Democrat), Nigel Farage (UKIP),
Ed Miliband (
Labour), Leanne Wood (Plaid Cymru),
Nicola Sturgeon (SNP), David Cameron (Conservative, Premier uscente).
Per capire qualcosa in più su somiglianze e differenze tra i due sistemi abbiamo rivolto alcune domande ad Antonio Floridia, attualmente Presidente della Società italiana studi elettorali (SISE).

giovedì 2 aprile 2015

Credenti e non credenti nella società globale. Intervista a Vannino Chiti

di Simone Siliani

L'attualità degli ultimi mesi ha prepotentemente posto all'attenzione mondiale gli sconvolgimenti in corso nel mondo islamico, dopo quella che appare oggi la breve parentesi di speranza delle Primavere arabe. Sconvolgimenti di cui l'Europa e l'Italia non possono disinteressarsi, non foss'altro perché quelle tensioni non sono "confinabili", come purtroppo dimostrano gli eventi di questi primi mesi del 2015, a partire dalla strage della redazione di Charlie Hebdo.
L'Europa, tuttavia, stenta a muoversi come un soggetto politico unitario, pervasa com'è dai populismi e dalle tensioni economiche e sociali che hanno seguito la crisi finanziaria del 2008.
In questo contesto le forze europee di sinistra sono chiamate a misurarsi con l'Islam e più in generale con le religioni, nell'ottica del dialogo, per costruire società improntate ai valori della democrazia, della civiltà, della solidarietà, dei diritti dei popoli e della persona.
Di tutto questo Simone Siliani ha discusso, per Ciclostilato in proprio, con Vannino Chiti, avendo come spunto il suo ultimo libro “Tra terra e cielo. Credenti e non credenti nella società globale”, pubblicato nell'aprile del 2014, un anno dopo l'ascesa del cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro.

sabato 31 gennaio 2015

Le tramvie degli altri: uno sguardo all'Europa

di Mauro Bonciani (*)

Firenze, linea 1 del sistema tramviario: un convoglio "Sirio"
presso la fermata "Porta al Prato/Leopolda".
Il 14 febbraio 2010 A Firenze veniva ufficialmente avviato il servizio lungo la linea 1 della tramvia, che collega la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella con il vicino comune di Scandicci. Mentre si sta sviluppando il dibattito su come completare la rete tramviaria, a circa cinque anni da quell'evento che ha cambiato in positivo la mobilità e gli stili di vita di tanta parte dei cittadini dell'area fiorentina, ed a pochi mesi dall'avvio dei lavori per la realizzazione delle linee 2 e 3, abbiamo chiesto a Mauro Bonciani di trarre qualche riflessione di sintesi da una una serie di articoli che aveva realizzato per il Corriere fiorentino tra il 2008 e il 2011. Vi si analizzava la situazione della mobilità in alcune città europee che hanno scelto da tempo la tramvia come una delle principali infrastrutture. Un'interessante carrellata di situazioni ed impressioni, utile per andare al di là delle consuete - ma spesso un po' provinciali - polemiche che si sviluppano in riva d'Arno. E per meglio apprezzare vantaggi e limiti di una fondamentale scelta di innovazione per la vivibilità di Firenze.

giovedì 4 dicembre 2014

Torneranno i prati

di Cristina Pucci

“torneranno i prati”, minuscolo, Ermanno Olmi, maiuscolo. Omaggio ai morti della Grande Guerra, anche se, come dice uno dei  protagonisti e come avrà detto di sicuro uno dei veri soldati di allora, “dopo è troppo tardi”.
Il manifesto ufficiale di "torneranno i prati".
Vorrei esprimere un mio pensiero, ricorre il centenario della grande carneficina, ma niente c'è da festeggiare, gli eventi, i dibattiti, i filmati siano ricordi doverosi volti a stimolare pensieri per chi è morto giovane, per chi ha visto la propria vita rubata senza ragione per una guerra, evento massimo di distruzione e rovina, l'evento di assoluto evitamento. A me è sembrato di cogliere nuances di festeggiamento.
Una montagna coperta di neve fragrante ed immacolata risplende al lume di una candida luna piena. Tutto pare sereno, ma sotto la neve e sotto la terra, dietro un reticolato di filo spinato da cui pendono campanelli per l'allerta, una trincea. Soldati imbacuccati, sotterrati da coperte antiche, rigide ed inutili contro il freddo del mondo e dell'anima, trascorrono la notte, difendono una posizione di alta quota. Dal biancore lucente del mondo fuori si passa ad un grigio sporco, un colore infangato, come sono i soldati di cui si narra.
Lumini minuscoli rischiarano come possibile, stufe sbilenche scaldano, e forse e solo un po', le gavette che vi sono appoggiate. Arriva il rancio, arriva la posta, si chiamano dei nomi, essere una persona nominata colà non ha alcun valore. Arriva un topo, cui si preparano palline di pane, ma anche a lui non sembrano buone. La trincea austriaca è così vicina che si possono sentire i respiri dei nemici.

martedì 25 novembre 2014

Ucraina: diagnosi della crisi, dopo le elezioni del 26 ottobre

di Rodolfo Ragionieri (*)

Una sezione elettorale in Ucraina.
1. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento dell'Ucraina (Verkhovna Rada) di domenica 26 ottobre 2014, seppur con tutte le loro pecche (soprattutto la mancata partecipazione delle provincie dell'est del Paese comprese nelle autoproclamate “repubbliche popolari” di Doneck e di Lugans'k), hanno provato che nel Paese esiste una decisa maggioranza per partiti e liste che hanno compiuto una scelta a favore di una posizione volta verso l'integrazione nell'Unione Europea. Questa prospettiva è stata nettamente preferita a quell'unione eurasiatica che dovrebbe costituire la base dell'egemonia russa sulla quasi totalità dell'area già controllata prima dall'impero zarista e poi dall'Unione Sovietica. La parte che ha votato corrisponde peraltro a buona parte dell'elettorato complessivo (che comprende in teoria anche la Crimea e le regioni orientali).
Le elezioni [A] sono state infatti vinte dalla lista legata al Presidente Petro Porošenko (132 seggi) seguita a breve distanza (82 seggi) dal partito Narodnji Front (Fronte del popolo) del Primo Ministro Valerij Jacenijuk. Il nuovo partito Samopomič (auto-aiuto), di ispirazione vagamente cristiano-conservatrice, ha ottenuto 33 seggi. I partiti di destra Svoboda e Pravij Sektor sono invece usciti nettamente sconfitti dalle urne (nessuno dei due ha raggiunto la soglia del 5% necessaria per partecipare alla ripartizione dei seggi eletti con il sistema proporzionale), ottenendo rispettivamente 6 e 1 seggi tra quelli assegnati direttamente con la vittoria in un collegio uninominale. Anche il Partito Comunista è uscito sconfitto dalle urne, e non ha ottenuto alcun seggio in parlamento. Si è quindi configurata una situazione in cui le forze di nazionalismo di centro e centro-destra si sono affermate, isolando il nazionalismo di estrema destra. Inoltre, come in molti Paesi successori dell'Unione Sovietica (ed a differenza di quasi tutti i Paesi dell'Europa Centro-Orientale), non esiste una sinistra paragonabile a quella dell'Europa occidentale: i partiti comunisti sono una strana - ma non troppo - combinazione di nostalgia sovietica e sostegno dell'egemonia russa sull'area euro-asiatica, mentre i partiti di tipo socialdemocratico e anche liberale di sinistra sono assenti o ininfluenti.

Nota [A]: Il sistema elettorale in Ucraina prevede che il 50% dei seggi (225) siano attribuiti per mezzo di una ripartizione proporzionale su base nazionale tra i partiti che hanno ottenuto almeno il 5% dei voti, ed il rimanente 50% siano eletti con sistema maggioritario in 225 circoscrizioni (viene eletto il candidato con il più elevato numero di voti).

lunedì 20 ottobre 2014

La crisi dell'euro: cause e rimedi. La versione di Stiglitz

Nel pieno del dibattito attorno alla Legge di stabilità per il 2015, del rispetto dei "parametri di Maastricht" da parte dell'Italia e degli altri Paesi dell'eurozona ed ormai ad oltre la metà del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, riproponiamo l'intervento di Joseph Stiglitz, premio Nobel 2001 per l'economia, svolto il 23 settembre presso l'Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Nell'occasione sono intervenuti anche: Laura Boldrini (Presidente della Camera), Giulio Marcon (deputato SEL), Giorgio Airaudo (deputato SEL), Francesco Boccia (deputato PD), Laura Castelli (deputata M5S), Stefano Fassina (deputato PD), Giulio Tremonti (deputato GAL), nonché gli economisti Giovanni Dosi, Mauro Gallegati e Mario Pianta.

Non ho bisogno spiegare quanto sia drammatica la situazione economica in Europa, e in Italia in particolare. L'Europa è in quella che può definirsi una «triple dip recession», con il reddito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale. Così l'Europa ha perso la metà di un decennio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è inferiore a quello del 2008, prima della crisi; se si estrapola la serie del Pil europeo sulla base del tasso di crescita dei decenni passati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l'Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l'anno rispetto al proprio potenziale di crescita.
Roma, 23 settembre 2014: la "lectio magistralis" di Joseph Stiglitz
presso l'Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati.
Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati sull'impatto delle politiche di austerità in Europa. I paesi che hanno adottato le misure più dure, ad esempio chi ha introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico, hanno avuto le performance peggiori.
Non solo in termini di Pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico. Era un esito previsto e prevedibile: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati.