di Simone Siliani
Roberto D'Alimonte scrive un articolo sulla riforma costituzionale in corso ("Regioni e Senato: cresce l'equilibrio", ne Il Sole 24 Ore del 10 agosto) il cui contenuto, in estrema sintesi, è il seguente: il nuovo Senato si fonda sulle Regioni, che però hanno prodotto la classe politica più corrotta e screditata della storia repubblicana; ma state tranquilli, miei concittadini, il nuovo Senato non conterà niente perché avrà poteri più limitati, in quanto lo Stato si riprende competenze (con la riforma del Titolo V) e, soprattutto, perché con la legge elettorale maggioritaria che si profila all'orizzonte la maggioranza che si formerà alla Camera potrà fare tranquillamente a meno, in molti casi, dell'inutile nuovo Senato. Dunque, state sereni, le Regioni con il loro ridicolo Senato non minacceranno la governabilità!
A cura di: Antongiulio Barbaro, Alessio Bartaloni, Amos Cecchi, Antonio Floridia, Monica Liperini,
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani
Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.
Aldo Moro
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani
Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.
Aldo Moro
venerdì 29 agosto 2014
lunedì 18 agosto 2014
Carcere: quale Italia e quale modello sociale
di Stefano Anastasia (*)
Apparentemente più tranquilli, siamo andati in vacanza con 55mila detenuti: 10mila in meno di quando siamo stati condannati dalla Corte europea dei diritti umani, 10mila più di quanti le nostre carceri ne potrebbero ospitare secondo gli ordinari parametri di abitabilità degli immobili. Siamo a metà del guado ed il Consiglio d’Europa ce l’ha riconosciuto, rinviandoci a una nuova valutazione da qui a un anno. Respiriamo, ma non possiamo mollare. Intanto perché nella violazione dei diritti umani vale il motto dei moschettieri del Re, “uno per tutti, tutti per uno”: ogni detenuto in condizioni inumane o degradanti, fosse pure solo uno, merita l’attenzione di tutti, e se il sovraffollamento resta, con esso resta anche il rischio di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. E poi non si può mollare perché il risultato è ancora incerto e tutt’altro che stabilizzato. Ci sono voluti quattro decreti-legge (Severino, Cancellieri 1 e Cancellieri 2, Orlando), due leggi ordinarie (Alfano e depenalizzazione e messa alla prova per gli adulti) e una storica sentenza della Corte costituzionale (quella che ha abrogato la legge Fini-Giovanardi) per raggiungere questo risultato, ma - al di là delle singole disposizioni contenute in ciascuno di quei provvedimenti - bisogna avere la consapevolezza che poggia su piedi di argilla.
Apparentemente più tranquilli, siamo andati in vacanza con 55mila detenuti: 10mila in meno di quando siamo stati condannati dalla Corte europea dei diritti umani, 10mila più di quanti le nostre carceri ne potrebbero ospitare secondo gli ordinari parametri di abitabilità degli immobili. Siamo a metà del guado ed il Consiglio d’Europa ce l’ha riconosciuto, rinviandoci a una nuova valutazione da qui a un anno. Respiriamo, ma non possiamo mollare. Intanto perché nella violazione dei diritti umani vale il motto dei moschettieri del Re, “uno per tutti, tutti per uno”: ogni detenuto in condizioni inumane o degradanti, fosse pure solo uno, merita l’attenzione di tutti, e se il sovraffollamento resta, con esso resta anche il rischio di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. E poi non si può mollare perché il risultato è ancora incerto e tutt’altro che stabilizzato. Ci sono voluti quattro decreti-legge (Severino, Cancellieri 1 e Cancellieri 2, Orlando), due leggi ordinarie (Alfano e depenalizzazione e messa alla prova per gli adulti) e una storica sentenza della Corte costituzionale (quella che ha abrogato la legge Fini-Giovanardi) per raggiungere questo risultato, ma - al di là delle singole disposizioni contenute in ciascuno di quei provvedimenti - bisogna avere la consapevolezza che poggia su piedi di argilla.
venerdì 18 luglio 2014
L'Arno e Firenze, quale sicurezza 50 anni dopo l'alluvione. Intervista a Giorgio Federici
Nel novembre del 2016 si celebrerà il 50° anniversario dell'alluvione di Firenze che nello scorso secolo devastò la città ed un'ampia area della Toscana, portando morte, distruzione fisica, sconvolgimento sociale, perdita e danni irrimediabili di beni storici e artistici unici.
Nella calura estiva si tende a rimuovere il problema della sicurezza idraulica di Firenze, salvo poi "affacciarsi dalle spallette dell'Arno" con lo sguardo ansioso a traguardarne il livello in occasione delle ricorrenti piogge invernali e primaverili, quando il fiume da amico e "sfondo da cartolina" si trasforma, spesso repentinamente, in una minaccia enigmatica.
Da poco più di un anno, in vista del 50° anniversario dell'alluvione, si è avviato un progetto articolato, promosso inizialmente dall'Università di Firenze, che intende fare il punto della situazione, oltre che ricordare adeguatamente, ma non ritualmente, quell'evento solo apparentemente lontano, che ha cambiato per sempre la città e il suo territorio.
Ne abbiamo parlato con Giorgio Federici, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia presso il Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICEA) dell'Università degli studi di Firenze, nella sua veste di Segretario del Comitato di coordinamento del Progetto Firenze 2016. Federici fa il punto sulle attività incluse nel Progetto, anche alla luce del recente incontro del Comitato Tecnico-Scientifico Internazionale, costituito da esperti di primo piano, di cui il Progetto si è dotato per supportare le proprie attività.
| Firenze, 4 novembre 1966: l'Arno a Ponte Vecchio (foto di Joe Blaustein). |
Da poco più di un anno, in vista del 50° anniversario dell'alluvione, si è avviato un progetto articolato, promosso inizialmente dall'Università di Firenze, che intende fare il punto della situazione, oltre che ricordare adeguatamente, ma non ritualmente, quell'evento solo apparentemente lontano, che ha cambiato per sempre la città e il suo territorio.
Ne abbiamo parlato con Giorgio Federici, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia presso il Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICEA) dell'Università degli studi di Firenze, nella sua veste di Segretario del Comitato di coordinamento del Progetto Firenze 2016. Federici fa il punto sulle attività incluse nel Progetto, anche alla luce del recente incontro del Comitato Tecnico-Scientifico Internazionale, costituito da esperti di primo piano, di cui il Progetto si è dotato per supportare le proprie attività.
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