Nelle scorse settimane il dibattito sui meccanismi elettorali ed i loro effetti si è fortemente ravvivato, sia in seguito all’approvazione in via definitiva - tra le polemiche - della legge di riforma per l’elezione della Camera dei Deputati (Italicum, 4 maggio), sia per il successivo esito delle elezioni per il rinnovo della Camera dei Comuni nel Regno Unito (7 maggio). Non pochi commentatori, a partire dall’attuale Presidente del Consiglio, non hanno mancato di sottolineare come nel Regno Unito si sia definita “la sera delle elezioni” nuova maggioranza conservatrice per la formazione del Governo, pur con il favore di solo il 36,9% dei voti. «In Italia con l'Italicum con il 36% dei voti si va al ballottaggio. Quanta superficialità e studiata disinformazione c'è stata nel dibattito sulla legge elettorale», si è affrettato a commentare Matteo Renzi. Concetto ripreso in un ampio articolo del prof. Roberto D’Alimonte, uno degli esperti di flussi e sistemi elettorali che ha collaborato alla definizione dell’Italicum.
Per capire qualcosa in più su somiglianze e differenze tra i due sistemi abbiamo rivolto alcune domande ad Antonio Floridia, attualmente Presidente della Società italiana studi elettorali (SISE).
A cura di: Antongiulio Barbaro, Alessio Bartaloni, Amos Cecchi, Antonio Floridia, Monica Liperini,
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani
Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.
Aldo Moro
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani
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poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.
Aldo Moro
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lunedì 18 maggio 2015
mercoledì 18 febbraio 2015
Sergio Mattarella, un politico coraggioso per superare la "Seconda Repubblica". Intervista a Giuseppe Matulli
Giuseppe Matulli, politico di esperienza, è stato un importante esponente della Democrazia Cristiana (DC) ed in particolare della corrente di sinistra. Con l'esaurirsi dell'esperienza democristiana, ha partecipato alla fondazione del Partito Popolare Italiano (PPI) e successivamente della Margherita. Nel corso di questa esperienza ha avuto modo di conoscere e collaborare con il neo-Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ciclostilato in proprio ha rivolto a Matulli alcune domande su quelle esperienze e su Mattarella.
Ciclostilato in proprio: quando ed in quale contesto politico ha conosciuto Sergio Mattarella?
Matulli: non sembri retorica dire che la prima conoscenza con Sergio Mattarella, sia pure senza un incontro concreto, avvenne nel gennaio 1980 quando con la delegazione della Regione Toscana partecipai a Palermo ai funerali del fratello Piersanti, Presidente della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia [6 gennaio 1980, ndr]. Ovviamente non conoscevo personalmente né Piersanti né Sergio, ma sono convinto che, per più motivi, per parlare di Sergio Mattarella e del mio rapporto con lui debba partire dall'assassinio del fratello. E’ infatti Piersanti che segna, per ovvi motivi di età, il rinnovarsi della tradizione politica della famiglia del padre Bernardo Mattarella, autorevole parlamentare che, in collegamento con Luigi Sturzo in esilio, aveva fondato la DC nella Sicilia appena liberata e aveva condotto, in Sicilia, la battaglia per la repubblica nel referendum del 1946. Piersanti era, nel dibattito interno alla DC, un convinto esponente del gruppo di Aldo Moro, quel gruppo di politici ed intellettuali cattolici che furono presi particolarmente di mira dalle Brigate Rosse (oltre allo stesso Moro, Vittorio Bachelet, Roberto Ruffilli. Con Piersanti la mafia precedette le BR). Dunque la tradizione familiare aveva caratteri definiti da battaglie coraggiose. Ma c'è un altro motivo per cui vale il funerale di Piersanti come simbolico incontro con Sergio (pur - ripeto - non conoscendolo allora e non incontrandolo in quella occasione), ed è che troppi elementi e troppe testimonianze confermano che l'impegno politico di Sergio nasce come il dovere di non interrompere l'azione di Piersanti, di riscattare l'impegno politico del fratello annullato dalla violenza mafiosa, con il proprio impegno. Lo stile di Sergio conferma questo dato anagrafico, la sobrietà dei suoi comportamenti ha sempre dimostrato la libertà che nasce da una motivazione superiore e tuttavia tutta politica, perché altamente e nobilmente politico era l'impegno di Piersanti (come del resto della sua tradizione familiare).
Ciclostilato in proprio: quando ed in quale contesto politico ha conosciuto Sergio Mattarella?
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| Piersanti Mattarella, a destra, con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. |
venerdì 29 agosto 2014
Rappresentanza e Governo: quale nuovo equilibrio tra Stato e Regioni? Riflessioni a margine di un articolo di Roberto D'Alimonte
di Simone Siliani
Roberto D'Alimonte scrive un articolo sulla riforma costituzionale in corso ("Regioni e Senato: cresce l'equilibrio", ne Il Sole 24 Ore del 10 agosto) il cui contenuto, in estrema sintesi, è il seguente: il nuovo Senato si fonda sulle Regioni, che però hanno prodotto la classe politica più corrotta e screditata della storia repubblicana; ma state tranquilli, miei concittadini, il nuovo Senato non conterà niente perché avrà poteri più limitati, in quanto lo Stato si riprende competenze (con la riforma del Titolo V) e, soprattutto, perché con la legge elettorale maggioritaria che si profila all'orizzonte la maggioranza che si formerà alla Camera potrà fare tranquillamente a meno, in molti casi, dell'inutile nuovo Senato. Dunque, state sereni, le Regioni con il loro ridicolo Senato non minacceranno la governabilità!
Roberto D'Alimonte scrive un articolo sulla riforma costituzionale in corso ("Regioni e Senato: cresce l'equilibrio", ne Il Sole 24 Ore del 10 agosto) il cui contenuto, in estrema sintesi, è il seguente: il nuovo Senato si fonda sulle Regioni, che però hanno prodotto la classe politica più corrotta e screditata della storia repubblicana; ma state tranquilli, miei concittadini, il nuovo Senato non conterà niente perché avrà poteri più limitati, in quanto lo Stato si riprende competenze (con la riforma del Titolo V) e, soprattutto, perché con la legge elettorale maggioritaria che si profila all'orizzonte la maggioranza che si formerà alla Camera potrà fare tranquillamente a meno, in molti casi, dell'inutile nuovo Senato. Dunque, state sereni, le Regioni con il loro ridicolo Senato non minacceranno la governabilità!
giovedì 5 giugno 2014
Riforme istituzionali. A che punto siamo?
dibattito pubblico promosso da Testimonianze
presentazione di Simone Siliani
La riforma del bicameralismo paritario è diventato il cuore del tema delle riforme istituzionali, scalzando peraltro quello della riforma del sistema elettorale (forse dato troppo presto per acquisito). Nel fuoco della polemica politica sull'argomento, sembra si sia perso di vista il perché della riforma, quali debbano essere le motivazioni profonde della riforma e l'obiettivo sostanziale della stessa. E' evidente che non si può motivare una riforma costituzionale, la riforma del sistema di governo e dell'assetto dei poteri dello Stato, con la necessità di risparmiare qualche milione di euro e per velocizzare l'iter di approvazione delle leggi. Se si tocca un elemento cruciale del sistema di governo costituzionale, lo si deve fare per ricreare un equilibrio democratico di poteri complessivamente più avanzato.
presentazione di Simone Siliani
La riforma del bicameralismo paritario è diventato il cuore del tema delle riforme istituzionali, scalzando peraltro quello della riforma del sistema elettorale (forse dato troppo presto per acquisito). Nel fuoco della polemica politica sull'argomento, sembra si sia perso di vista il perché della riforma, quali debbano essere le motivazioni profonde della riforma e l'obiettivo sostanziale della stessa. E' evidente che non si può motivare una riforma costituzionale, la riforma del sistema di governo e dell'assetto dei poteri dello Stato, con la necessità di risparmiare qualche milione di euro e per velocizzare l'iter di approvazione delle leggi. Se si tocca un elemento cruciale del sistema di governo costituzionale, lo si deve fare per ricreare un equilibrio democratico di poteri complessivamente più avanzato.
venerdì 11 aprile 2014
“Dell’abolizione delle Province”: il Sequel
di Massimo Migani
In principio fu Silvio Berlusconi che, nella campagna elettorale del 2008, prometteva l’abolizione delle Province. Poi se ne dimenticò. Ci ha provato poi Mario Monti nel 2011 (su ispirazione di Catricalà) ma è andata male: ha utilizzato strumenti legislativi sbagliati (...fatto quasi incredibile per un governo tecnico...), costringendo la Corte Costituzionale ad intervenire. Nel 2013 Enrico Letta è arrivato a metà strada, per colpa del Senato che non condivideva granchè del Disegno di Legge Delrio...poi serenamente se n’è andato in Australia.
In principio fu Silvio Berlusconi che, nella campagna elettorale del 2008, prometteva l’abolizione delle Province. Poi se ne dimenticò. Ci ha provato poi Mario Monti nel 2011 (su ispirazione di Catricalà) ma è andata male: ha utilizzato strumenti legislativi sbagliati (...fatto quasi incredibile per un governo tecnico...), costringendo la Corte Costituzionale ad intervenire. Nel 2013 Enrico Letta è arrivato a metà strada, per colpa del Senato che non condivideva granchè del Disegno di Legge Delrio...poi serenamente se n’è andato in Australia.
lunedì 7 aprile 2014
Oltre il bicameralismo paritario: la riforma del Senato ed il modello Bundesrat
di Simone Siliani
Si può e si deve procedere alla riforma del bicameralismo paritario per rimuovere “una delle cause delle difficoltà di funzionamento del nostro sistema istituzionale”, come giustamente lo definisce il documento del Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali istituito dal Presidente della Repubblica.
La riforma deve rispondere ad esigenze di una più razionale e moderna architettura istituzionale, una maggiore efficienza legislativa, la riduzione dei tempi dei processi decisionali, la riduzione dei costi. Ma soprattutto, quella di completare il disegno costituzionale avviato con la costituzione delle Regioni e il progressivo trasferimento di funzioni amministrative e poi legislative avvenute con la riforma costituzionale del 2001, portando le Regioni nel cuore dello Stato, in posizione di corresponsabilità rispetto alle politiche del Paese.
Si può e si deve procedere alla riforma del bicameralismo paritario per rimuovere “una delle cause delle difficoltà di funzionamento del nostro sistema istituzionale”, come giustamente lo definisce il documento del Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali istituito dal Presidente della Repubblica.
La riforma deve rispondere ad esigenze di una più razionale e moderna architettura istituzionale, una maggiore efficienza legislativa, la riduzione dei tempi dei processi decisionali, la riduzione dei costi. Ma soprattutto, quella di completare il disegno costituzionale avviato con la costituzione delle Regioni e il progressivo trasferimento di funzioni amministrative e poi legislative avvenute con la riforma costituzionale del 2001, portando le Regioni nel cuore dello Stato, in posizione di corresponsabilità rispetto alle politiche del Paese.
mercoledì 26 marzo 2014
Riflessioni sulle riforme istituzionali più imminenti
di Piero Brunori
Sulla riforma del Senato, giudicata inevitabile, sono state esposte le ipotesi più strane, da quelle semplicistiche di un'abolizione, a quelle più complicate ed artificiose. Cosicché è veramente arduo individuare quelle più autorevoli.
E' quindi necessario cercare di farsi un'opinione ragionata. Rilevando in primo luogo che è mancata una riflessione del reale obbiettivo a cui dovrebbe rispondere la riforma.
Si tengono presenti, di solito, due finalità: lo sveltimento dell'iter legislativo e la garanzia della governabilità.
Per la prima esigenza, si arriva a proporre - contro l'opinione della maggior parte dei costituzionalisti - la semplice soppressione della seconda camera. Ignorando che così si contraddice in pieno il principio della "repubblica delle autonomie"; il quale rappresenta non solo un sistema organizzativo, ma una delle caratteristiche peculiari della nostra Costituzione, che potremmo a distanza di anni rimpiangere di aver frettolosamente eliminato. Un uguale effetto avrebbe la riduzione del Senato a un organismo composito con compiti sostanzialmente consultivi o confermativi.
Sulla riforma del Senato, giudicata inevitabile, sono state esposte le ipotesi più strane, da quelle semplicistiche di un'abolizione, a quelle più complicate ed artificiose. Cosicché è veramente arduo individuare quelle più autorevoli.
E' quindi necessario cercare di farsi un'opinione ragionata. Rilevando in primo luogo che è mancata una riflessione del reale obbiettivo a cui dovrebbe rispondere la riforma.
Si tengono presenti, di solito, due finalità: lo sveltimento dell'iter legislativo e la garanzia della governabilità.
Per la prima esigenza, si arriva a proporre - contro l'opinione della maggior parte dei costituzionalisti - la semplice soppressione della seconda camera. Ignorando che così si contraddice in pieno il principio della "repubblica delle autonomie"; il quale rappresenta non solo un sistema organizzativo, ma una delle caratteristiche peculiari della nostra Costituzione, che potremmo a distanza di anni rimpiangere di aver frettolosamente eliminato. Un uguale effetto avrebbe la riduzione del Senato a un organismo composito con compiti sostanzialmente consultivi o confermativi.
sabato 8 giugno 2013
Intorno al semipresidenzialismo
di Alessio Bartaloni
Stupisce l’enormità del fuoco di sbarramento che vari settori di quella che un tempo si sarebbe chiamata “società civile” stanno organizzando contro l’ipotesi semipresidenzialista che, a pezzi e bocconi, sembra invece stia prendendo piede nel dibattito politico. Le motivazioni sono svariate; enucleo le tre più ricorrenti.
Prima di tutto si dice che un cambiamento costituzionale di tal fatta non servirebbe in un Paese che vede i partiti ridotti a quello che sono e tutto il sistema politico corrotto ed inefficiente. Detta motivazione (a volte enunciata con toni apocalittici francamente esagerati, come quelli di Barbara Spinelli su Repubblica del 5 giugno) parte a mio parere da un’errata identificazione del rapporto causa-effetto: non è che il sistema politico funziona male per colpa dei partiti o delle persone che ne sono a capo ma l’inverso. Poiché col passare del tempo l’assetto istituzionale del Paese ha mostrato i suoi limiti di efficacia, i partiti (o meglio, quello che ne resta) hanno potuto trovare terreno facile nel coltivare posizioni politiche irresponsabili e le clientele più redditizie. Del resto, fatti salvi i principi fondamentali, pensare che la seconda parte della costituzione, concepita nel dopoguerra, sia del tutto attuale mi sembra ai limiti della follia. Non saprei come altrimenti definire l’incapacità di vedere l’enorme gap tra la velocità con la quale nel mondo tutto corre e la lentezza cui sono condannati i processi decisionali nel nostro Paese.
Stupisce l’enormità del fuoco di sbarramento che vari settori di quella che un tempo si sarebbe chiamata “società civile” stanno organizzando contro l’ipotesi semipresidenzialista che, a pezzi e bocconi, sembra invece stia prendendo piede nel dibattito politico. Le motivazioni sono svariate; enucleo le tre più ricorrenti.
Prima di tutto si dice che un cambiamento costituzionale di tal fatta non servirebbe in un Paese che vede i partiti ridotti a quello che sono e tutto il sistema politico corrotto ed inefficiente. Detta motivazione (a volte enunciata con toni apocalittici francamente esagerati, come quelli di Barbara Spinelli su Repubblica del 5 giugno) parte a mio parere da un’errata identificazione del rapporto causa-effetto: non è che il sistema politico funziona male per colpa dei partiti o delle persone che ne sono a capo ma l’inverso. Poiché col passare del tempo l’assetto istituzionale del Paese ha mostrato i suoi limiti di efficacia, i partiti (o meglio, quello che ne resta) hanno potuto trovare terreno facile nel coltivare posizioni politiche irresponsabili e le clientele più redditizie. Del resto, fatti salvi i principi fondamentali, pensare che la seconda parte della costituzione, concepita nel dopoguerra, sia del tutto attuale mi sembra ai limiti della follia. Non saprei come altrimenti definire l’incapacità di vedere l’enorme gap tra la velocità con la quale nel mondo tutto corre e la lentezza cui sono condannati i processi decisionali nel nostro Paese.
lunedì 27 maggio 2013
"Dell’abolizione delle Province” ovvero quando la demagogia è al potere
di Massimo Migani
Raramente politica e media hanno consegnato ai cittadini un quadro di unità di intenti così coeso e concorde; da quasi due anni il messaggio è sempre lo stesso: le Province? Un residuo napoleonico e prefettizio di altri tempi (PD), “Enti fatti di chiacchere e di spreco” (Vendola),”Enti inutili frutto di accordi geo-politici “(PdL), “….occorre consentirne la completa eliminizione così come prevedono gli impegni presi con l’Europa” (Monti),”…è urgente l’abolizione delle Province al fine di assicurare la corrispondenza tra risorse e responsabilità” (Del Rio). Così la politica. Sul versante dei media quasi impossibile trovare una voce, giornalisticamente parlando, fuori dal coro: la ‘Spending review’ non può non avere come obbiettivo privilegiato l’abolizione delle Province. Ovviamente giocando coi numeri di tabelle dimostrative di spese e risparmi
Raramente politica e media hanno consegnato ai cittadini un quadro di unità di intenti così coeso e concorde; da quasi due anni il messaggio è sempre lo stesso: le Province? Un residuo napoleonico e prefettizio di altri tempi (PD), “Enti fatti di chiacchere e di spreco” (Vendola),”Enti inutili frutto di accordi geo-politici “(PdL), “….occorre consentirne la completa eliminizione così come prevedono gli impegni presi con l’Europa” (Monti),”…è urgente l’abolizione delle Province al fine di assicurare la corrispondenza tra risorse e responsabilità” (Del Rio). Così la politica. Sul versante dei media quasi impossibile trovare una voce, giornalisticamente parlando, fuori dal coro: la ‘Spending review’ non può non avere come obbiettivo privilegiato l’abolizione delle Province. Ovviamente giocando coi numeri di tabelle dimostrative di spese e risparmi
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