A cura di: Antongiulio Barbaro, Alessio Bartaloni, Amos Cecchi, Antonio Floridia, Monica Liperini,
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani



Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.

Aldo Moro

martedì 12 aprile 2016

Carta delle Nazioni Unite e armi nucleari

di Alessandro Pascolini 


Dipartimento di fisica e astronomia Galileo Galilei
Centro d’ateneo per i diritti umani

Università di Padova

Nella Carta delle Nazioni Unite non vi è alcun riferimento esplicito alle armi nucleari, ma la loro esistenza e la recente distruzione di Hiroshima e Nagasaki incombevano sugli estensori della Carta. E certamente a tali armi anzitutto ci si riferisce al punto 4 dell’articolo 2 quando si proibisce la minaccia dell’uso della forza e al punto 1 dell’articolo 11 in cui si affida all’Assemblea Generale il compito di considerare i principi governanti il disarmo e la regolamentazione degli armamenti.
Di fatto, la primissima risoluzione dell’Assemblea Generale, il 24 gennaio 1946, riguarda appunto la creazione di una “Commissione allo scopo di affrontare i problemi generati dalla scoperta dell’energia atomica”. In particolare si richiedeva alla Commissione di procedere con la massima celerità a esaminare tutti gli aspetti del problema e a fornire proposte specifiche per:
a. estendere a tutte le nazioni lo scambio delle informazioni scientifiche di base, a
scopi pacifici
b. controllare l’energia atomica per assicurarne l’impiego per soli scopi pacifici
c. eliminare le armi nucleari dagli arsenali nazionali
d. creare salvaguardie efficaci per garantire la protezione degli stati da evasioni o
violazioni.

Proprio in vista dei lavori della Commissione, nel gennaio 1946 Dean Acheson, sottosegretario del Dipartimento di stato americano, costituì un gruppo di cinque esperti per studiare gli aspetti internazionali dell’energia nucleare, con la direzione di David Lilienthal e la partecipazione di Robert Oppenheimer, che dominò i lavori del gruppo portandovi le analisi razionali del problema elaborate dalla comunità scientifica l’anno precedente.
Il comitato concluse[1] che un disarmo nucleare era impossibile se ogni paese fosse libero di sviluppare un proprio programma per applicazioni civili dell’energia nucleare e che quindi non si poteva costruire la sicurezza universale dalla guerra nucleare basandosi solo su controlli e ispezioni internazionali (quali allora concepibili). La soluzione proposta distingueva fra le attività critiche per lo sviluppo di armi da quelle che non pongono rischi significativi e permettono un facile controllo. Le prime avrebbero dovute venir assegnate a un’agenzia internazionale indipendente (Atomic Development Authority−ADA), concepita un po’ come una multinazionale, cui trasferire la proprietà di tutti i giacimenti di uranio e torio, di tutti gli impianti industriali di produzione e arricchimento dei materiali fissili, nonché dei laboratori di ricerca per lo sviluppo scientifico e tecnologico nel settore nucleare; l’ADA avrebbe quindi fornito ai singoli centri scientifici o industriali dei vari paesi i materiali fissili per gli usi civili, sottoponendoli a rigorose ispezioni. Alla creazione dell’ADA, tutte le armi esistenti dovevano venir distrutte. La commissione dell’ONU, come noto, non riuscì a raggiungere i suoi scopi, per la volontà americana di mantenere il monopolio nucleare più a lungo possibile e per la determinazione sovietica di acquisire al più presto l’arma nucleare, deludendo così le aspettative e segnando il primo di una lunga serie di fallimenti per il disarmo nucleare.

Un’eco significativa dell’Acheson-Lilienthal Report si ritrova nella proposta del presidente John Fitzgerald Kennedy presentata il 18 aprile 1962 a Ginevra per un trattato di disarmo generale da completarsi in tre stadi. […] Anche se la successiva crisi di Cuba vanificò la prospettiva di disarmo, molti dei principi e concetti espressi nella proposta del 1962 entrarono definitivamente nel linguaggio e nella prassi dei successivi rapporti negoziali.
A Mikhail Gorbaciov è dovuto il successivo serio progetto di disarmo nucleare: il 15 gennaio 1986 lanciò l’audace proposta di un programma concreto per l’abolizione delle armi nucleari entro il 2000, articolato in tre fasi:
1. USA e URSS dimezzano il numero delle armi nucleari che possono raggiungere il
territorio dell’altro paese e adottano un accordo per liberare l’Europa dai missili a medio raggio; Francia e UK si impegnano a non accrescere i loro arsenali;
2a. le altre potenze nucleari si uniscono al processo; USA e URSS eliminano tutte le forze nucleari a medio raggio e congelano i sistemi tattici;
2b. dopo che USA e URSS hanno dimezzato i loro armamenti, tutte le potenze nucleari eliminano le loro armi tattiche; i test nucleari cessano ovunque;
3. eliminazione di tutte le armi nucleari entro la fine del 1999, con un accordo universale per il bando definitivo delle armi atomiche, con speciali procedure per la distruzione dei vettori; creazione di un sistema internazionale di stretta verifica del rispetto del disarmo e del bando di produzione di nuove armi nucleari.

[…] Nel summit di Reykjavik (11-12 ottobre 1986) Reagan e Gorbaciov concordarono che “una guerra nucleare non poteva essere vinta e pertanto non doveva mai essere combattuta” e, proseguendo nei colloqui, Reagan accettò la proposta di una totale eliminazione delle armi nucleari e di affidare “alla nostra gente a Ginevra di preparare una bozza di trattato con questo obiettivo”. Il loro incontro segna di fatto l’inizio di rapide e sostanziali diminuzioni nel numero delle armi nucleari, che allora aveva raggiunto il mostruoso numero di oltre 60 mila.
Tuttavia Reagan volle conservare lo sviluppo della sua Strategic Defense Initiative
anche oltre alla fase di ricerca, superando i vincoli posti dal trattato ABM, che invece
Gorbaciov intendeva conservare, considerandolo indispensabile per la stabilità dell’equilibrio strategico, e il progetto di disarmo totale si arenò.
Così oggi ci troviamo ancora con circa 16 mila armi nucleari (di cui 1800 pronte a essere lanciate nel giro di qualche minuto) appartenenti a 10 diversi paesi.[2] Vi sono
inoltre enormi quantità di materiale fissile esplosivo, non tutto adeguatamente protetto: 1400 t di uranio altamente arricchito (HUE) e 500 t di plutonio, in continua crescita.[3] Tenuto conto che una bomba tipicamente contiene 15-25 kg di HUE e 3-4 kg di plutonio, le scorte esistenti sono sufficienti per produrre oltre 150 mila bombe. 
La situazione è particolarmente grave, in particolare poiché tutte le attuali potenze nucleari e i paesi della NATO sono intenti a modernizzare e sviluppare le proprie forze nucleari e intesi a conservarle per tempi indefiniti.

[…] Anche in questa situazione di sostanziale anarchia internazionale, di profonde
contrapposizioni politiche e di violenti conflitti fra, e dentro, troppi paesi, la peculiarità delle armi nucleari e la loro irrilevanza per il confronto armato rendono comunque possibile e praticabile il disarmo nucleare totale, come ci ha magistralmente spiegato Hans Morgenthau[4]: “Il disarmo nucleare è totalmente differente dal disarmo delle armi convenzionali. Infatti la dinamica che caratterizza l’equilibrio militare convenzionale nelle politiche di potenza delle nazioni non si applica alle armi nucleari. Un’arma nucleare non è un’arma nel senso semantico convenzionale. Non è un mezzo razionale per un fine razionale. È uno strumento di distruzione illimitata e universale, per cui la minaccia o l’attualizzazione di una guerra nucleare non è uno strumento razionale di politica nazionale poiché è uno strumento di suicidio e genocidio.”[…]
Negoziati sul controllo degli armamenti nucleari e per la loro eliminazione possono (e devono) quindi venir condotti disaccoppiandoli dal contesto dei conflitti e contrapposizioni in corso, sono un capitolo a parte delle relazioni internazionali.
L’eliminazione delle armi nucleari garantisce la sicurezza globale, dissolvendo lo spettro che da troppo tempo incombe su tutta l’umanità; ma rafforza anche la stessa
sicurezza delle attuali potenze nucleari.
[…] Il disarmo delle forze nucleari e dei materiali fissili esplosivi elimina i pericoli dovuti a incidenti, malfunzionamenti e falsi allarmi, lanci accidentali o non autorizzati di missili, garantisce il blocco della proliferazione di tali armi, annulla il rischio di terrorismo nucleare, libera le potenze nucleari da enormi e sterili spese, costringe a ripensare in termini più razionali le basi della sicurezza nazionale e internazionale, che non può ridursi agli aspetti militari e a rapporti di forza.
Il disarmo nucleare rafforza l’ONU e i suoi programmi di pace e contribuisce a rendere concreto un fondamentale punto del preambolo della Carta, che appunto mira anche a garantire “uguali diritti per le nazioni grandi e piccole”, principio attualmente vanificato anche nel Trattato di non proliferazione (NPT) con la grave asimmetria di diritti e doveri fra le cinque potenze nucleari riconosciute e tutti gli altri paesi membri. Disparità sempre meno accettata, tanto da essere stata la principale causa del fallimento dell’ultima conferenza di revisione del trattato, la primavera scorsa.
La transizione dal mondo attuale in uno libero dalle armi nucleari è un processo estremamente delicato e pone molte problematiche tecniche e politiche, che
numerose istituzioni e centri di ricerca internazionali stanno affrontando. Le prime fasi del processo di disarmo sono abbastanza chiare, finalizzate a una drastica riduzione delle forze americane e russe, con una precisa ridefinizione della politica strategica dei due paesi a minimizzare il ruolo di tali armi per la sicurezza nazionale, garantendo l’equilibrio globale del sistema.
Estremamente più delicati sono i passi ulteriori, per evitare i rischi dovuti a potenziali nuovi programmi nucleari occulti, instaurare nuove forme di dissuasione di conflitti armati, individuare mezzi di controllo e garanzie adeguati alla nuova dimensione del problema della salvaguardie, preservare l’equilibrio internazionale in presenza delle potenziali instabilità dei “piccoli numeri”, evitare il pericolo di una corsa agli armamenti convenzionali e la diffusione di un regime internazionale di sospetto reciproco sulle residue potenzialità nucleari militari, esprimibili, per esempio, sui tempi necessari alla produzione di armi in caso di situazioni critiche o conflitti.
Il clima di collaborazione russo-americana nel primo decennio del nuovo secolo aveva aperto la prospettiva di un approccio razionale e concreto alla questione nucleare, culminata con la dichiarazione congiunta dei presidenti Dmitry Medvedev e Barak Obama il primo aprile 2009 a Londra: “Noi impegniamo i nostri due paesi a raggiungere un mondo libero da armi nucleari, pur riconoscendo che questo obiettivo a lungo termine richiederà una nuova enfasi sul controllo degli armamenti e su misure per la risoluzione dei conflitti, e il pieno adempimento di tutte le nazioni interessate”. Impegno che ha portato alla firma (Praga, 8 aprile 2010 ) del nuovo trattato Treaty between the United States of America and the Russian Federation on measures for further reduction and limitation of strategic offensive arms (New START), che, accanto a un piano di riduzioni decennale, prevede lo sviluppo di un processo di riduzione progressiva di ogni specie di armi nucleari, coinvolgendo nelle fasi successive anche altri paesi.

L’impegno di mirare all’eliminazione delle armi nucleari venne accolto formalmente da tutte le parti del NPT (28 maggio 2010) quale prima fra le “azioni” da sviluppare concretamente a partire dal 2010, ed espressamente condiviso dalle altre potenze nucleari (risoluzione 1887 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, 24 settembre 2009, in cui si proclama l’impegno per “un mondo senza armi nucleari”), e in dichiarazioni politiche anche da India, Israele, Pakistan e Corea del Nord. […]
Questi ultimissimi anni sembrano chiudere questa finestra di razionalità, rimettendo in discussione l’obiettivo del disarmo nucleare, con il raffreddamento degli sviluppi del New START, il potenziamento delle capacità nucleari delle attuali potenze nucleari, la conservazione delle strutture di produzione di materiali fissili militari e l’ambiguità mantenuta da alcuni paesi sulla consistenza delle proprie strutture e forze nucleari.
Accanto all’approccio razionale, e a suo complemento, occorre anche dare spazio alle emozioni e al rifiuto morale delle armi nucleari basato su motivi umanitari, dato che il loro impiego viola i principi fondamentali del diritto umanitario individuati dalla giurisprudenza internazionale nel suo sviluppo dalla metà dell’ottocento: il principio della necessità militare, il principio di distinzione, il principio di proporzionalità e il principio di umanità.
La strada verso un mondo libero da armi nucleari si annuncia ancora molto lunga e irta di ostacoli, con il rischio continuo di rallentamenti, fermate e deviazioni di percorso, anche perché sarà necessaria la costruzione di nuovo sistema di relazioni internazionali e l’instaurazione di nuovi concetti di sicurezza nazionale, come immediatamente compreso da Albert Einstein: “La prima bomba atomica ha distrutto ben più che la città di Hiroshima. Ha fatto esplodere le nostre superate idee politiche, quali le abbiamo ereditate”. “Come abbiamo cambiato il nostro modo di pensare nel mondo della scienza pura per abbracciare concetti più nuovi ed utili, così dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare nel mondo della politica. È troppo tardi per commettere errori”.





[1] Acheson-Lilienthal Report, 1946, A Report on the International Control of Atomic Energy, prepared for
the Secretary of State's Committee on Atomic Energy (The Acheson-Lilienthal Report, Washington, D.C.,
March 16, 1946), Doubleday, New York
[2] Per una stima delle attuali forze nucleari mondiali vedi Status of world nuclear forces, Federation of
Atomic Scientists, September 28, 2015, disponibile sul sito www.fas.org/issues/nuclearweapons/
status-world-nuclear-forces
[3] International Panel on Fissile Materials, 2013, Global Fissile Material Report 2013: Increasing
Transparency of Nuclear Warhead and Fissile Material Stocks as a Step toward Disarmament, IPFM,
Princeton; International Panel on Fissile Materials, 2015, Plutonium Separation in Nuclear Power
Programs. Status, Problems, and Prospects of Civilian Reprocessing Around the World, IPFM, Princeton
[4] H. Morgenthau, 1972, The fallacy of thinking conventionally about nuclear weapons, in D. Carlton and
C. Schaerf (eds), 1977, Arms control and technological innovation, Croom Helm, Londra, pp. 256-64.

lunedì 28 marzo 2016

L'Europa dei Re e delle Regine non può capire ma solo perdere. Idomeni tra Waterloo e Dachau, la fine dell'Europa

di Claudio Gherardini

La nostra Europa ha perso perché non è stata abbastanza BELLA e FELICE e UNITA e men che meno SOLIDALE. Ha vissuto per almeno 30 anni nella bambagia senza nemmeno avere un dubbio che quel "benessere" non fosse per sempre. Invece le mafie e la corruzione andavano in metastasi pesante e le comunità anziché evolversi regredivano. Il tutto appariva negli anni 80 come il gran ballo sul Titanic che avrebbe trovato l'iceberg balcanico prevedibile da politici consapevoli ma non visto dai piloti dopati di allora. Dopo il crollo del Muro di Berlino l'illusione della felicità a buon mercato era una droga troppo forte per dei "narcotizzati" tutto discoteca e parrucchiere.

D'altronde siamo un museo più che un continente. Abbiamo ancora i Re e le Regine e siamo convinti di essere sempre i migliori mentre il resto del mondo sbalordisce della inettitudine, ignavia, ignoranza. C'è persino chi pensa di essere ancora nell'800 e agisce di conseguenza. Governanti, intendo, non gente "comune".

Siamo l'unica terra dove essere ignoranti è divenuta una virtù. Da quando è divenuta una virtù il crollo verticale è iniziato inevitabile.

Come potevamo pensare di essere immuni dagli eventi biblici e dalle migrazioni epocali che abbiamo anche contribuito a provocare ma che sarebbero comunque arrivate prima o poi?

Enormi sciacalli attendono il nostro crollo supportato da nostri "conterranei" che si nutrono degli intestini dei loro elettori anziché elevare loro le menti. 

Le potenze anti occidente producono ogni giorno centinaia di ore di informazione nella quale siamo descritti, nella migliore delle ipotesi, come poveretti asserviti al "mostro americano". Le varie enormi reti russe e cinesi spiegano come noi siamo il male assoluto e i russofoni vengono informati da molti anni che il nostro obbiettivo è distruggere la Russia. Le oligarchie, non certo i popoli, attendono il nostro crollo per mangiarci al dettaglio come stanno già facendo proprio in Ucraina e nei Balcani da Donesk al Pireo. Seguiti a ruota da Pechino che intanto si sta mangiando a ettari i terreni nientemeno che dell'Africa.

In mezzo al guado è rimasta la Turchia e qualche milione di persone che sono persone come noi. 

I termini come rifugiati, migranti, emigranti, fuggiaschi, li rendono diversi da noi e ci fanno sentire diversi da loro. Ma non lo sono.

Una formazione politica italiana, solo una in tutto il mondo, da trenta, dico trenta anni chiede l'entrata in Unione Europea di Israele e Turchia. Proviamo a pensare come sarebbe il Mediterraneo oggi se da trenta anni fossero a Brussels anche Tel Aviv e Ankara.

Questi voli immaginari servono a esercitare la Ragione e, appunto, l'immaginazione. Virtù scomparsa del tutto in Europa, non essendo riciclabile per vie demagogiche e populiste. 

L'Immaginazione e la Ragione...

Perché chi ne è dotato e anche il famoso mondo pacifista, non sono andati a Varsavia e Budapest, Sofia e Bucarest a spiegare cosa fosse il sogno del Manifesto di Ventotene? Spiegare che essere europei, oggi, è cosa diversa che essere ex funzionari del Comintern?

La grande occasione del crollo del muro di Berlino, che poteva davvero creare un continente nuovo e felice in barba alle democrature e alle dittature, è stata persa. I popoli si sentono più sicuri sotto Vladimir Putin che nei nostri staterelli antichi e arteriosclerotici. 

La Democrazia sembra non avere difese sufficienti e essere destinata alla estinzione tramite delle trasfigurazioni orrende manovrate da personaggi mai davvero evoluti e divenuti ora leader del ritorno al passato peggiore.

Su tutto regnano i finanzieri e i fondi comuni che decidono chi deve vivere e chi deve morire, in senso allegorico ovviamente. Anche perché sono persone come noi e siamo noi proprio in molti casi.

In mezzo a questo ingranaggio marcio e disumano si trovano purtroppo molti milioni di persone, eroi della sopravvivenza. Il "destino" ha voluto che a smascherare la vera natura delle nostre democrazie, una volta per tutte, siano state delle persone, circa quindicimila, capitate al momento sbagliato nel posto sbagliato della Storia.

La spianata dell'innocuo villaggio di migliaia di abitanti chiamato Idomeni, nella Macedonia greca, già terreno insanguinato nei secoli, come del resto tutti i terreni europei.




Veramente questi quindicimila pensavano di aver già lasciato il posto sbagliato, casa propria, e di essere in salvo e invece si sono trovati a affondare nel fango con i loro bimbi, per settimane.

Che abbiamo fatto alla Macedonia per essere trattati così? - Abbiamo cercato di spiegargli che la Macedonia è stata costretta a chiudere il cancellino davanti a loro perché lo ha chiuso l'Austria. Che l'Ungheria e la Bulgaria hanno schierato l'esercito per impedire alle mamme e ai bambini di filtrare nei loro territori e che la Polonia, la Ceska e la Slovacchia non vogliono musulmani nel loro terreno.

Allora questi quindicimila hanno aspettato, sempre meno pazientemente, di capire se esistesse un governo europeo e cosa avrebbe deciso. 

Il risultato delle decisioni è stato qualcosa di molto simile alla famosa frase "se non hanno pane mangino briosce". 

"Se vogliono andare al Nord, tornino in Turchia. Se vogliono fuggire dalla guerra, tornino nelle zone vicine alla guerra". Se vogliono la Libertà siano rinchiusi in centri militari.

E per ora sono sempre nel fango i quindicimila, come in un osceno reality show, uno zoo, paradiso di fotografi e videomaker che possono documentare come riportare alla inciviltà un grande gruppo di persone civili e in larga parte istruite. Come far ammalare bimbi sani e ammattire gli adulti.

E alla fine sono arrivati venti autobus, i primi venti, e in tanti con aria rassegnata, si sono decisi a salirci e tornare a Sud. Duemila a settimana saranno riportati verso l'Egeo e sistemati in campi militarizzati dove non potranno entrare che in pochi per controllare come verrano trattati.

Ma in tanti non vogliono salire sui bus e in diversi si allontanano la notte per cercare falle nel recinto sistemato dalla Macedonia e si sta pensando anche di entrare in Albania dove sono già in attesa. Albania e Italia, come nel 90, quando gli albanesi furono portati nello stadio di Bari, alla sudamericana.

E la Grecia c'entra poco e non ha soldi ma qualcosa fa. Un ministro del governo di Atene è andato a vedere Idomeni è ha pronunciato il nome DACHAU.

Ora con l'estate arriveranno altre masse anche in Sicilia. Cosa accadrà ancora?

Dopo la sconfitta sul campo di Idomeni, la sorte dei quindicimila come potente propaganda contro l'occidente, l'Unione Europea finisce nell'ombra della ignavia e per ricostruirne una immagine e una sostanza un poco più vicine al sogno di Ventotene ci vorranno decenni anche se si cambiasse direzione subito.


venerdì 19 febbraio 2016

Sinistra, sfida per l’egemonia

di Antonio Floridia (pubblicato su "Il Manifesto" del 17/02/2016)

L’intervento di Piero Bevilacqua non sollecita soltanto una riflessione sulla parcellizzazione dei saperi: da qui si può partire, infatti, anche per affrontare un problema immediato, legato alle sorti del nuovo partito della sinistra che si vuole costruire.
Un tratto costitutivo e originale di questa nuova formazione dovrebbe essere la sua capacità di ricreare, e di ripensare su basi nuove, un rapporto tra cultura e politica, oggi profondamente logorato o del tutto inesistente.
L’assenza di questo rapporto si materializza in un dato: da una parte, non si può dire che sia assente una produzione intellettuale — anche di alto livello — che possiamo definire «critica» (ovvero, che non si adegua ad una qualche visione apologetica del presente); dall’altra parte, queste idee non riescono in alcun modo a farsi cultura politica, cioè a diventare forma di auto-comprensione dei comportamenti politici. Uno scarto, insomma, tra ciò che il pensiero critico e democratico del nostro tempo comunque produce e il suo essere in grado di tradursi nelle idee e nel senso comune della prassi politica quotidiana.
Un solo esempio: la teoria e la filosofia politica contemporanea riflettono da tempo su una definizione ideale e normativa di democrazia, sui modi possibili con cui essa può misurarsi oggi con due grandi temi:
a) il pluralismo irriducibile delle visioni del mondo e l’interrogativo sul come costruire, in queste condizioni, una base condivisa di consenso sui fondamenti di una democrazia costituzionale;
b) la tensione tra la logica impersonale e funzionale degli imperativi sistemici globali, che agiscono alle spalle degli individui, e la necessità di riconquistare e garantire una nuova forma della sovranità democratica dei cittadini.
Ebbene, chiediamoci: cosa passa o resta di tutto questo nell’idea diffusa di democrazia che orienta la cultura politica diffusa, anche quella di coloro che continuano a definirsi, e sono, progressisti, democratici e di sinistra? Poco.
Capita anzi di constatare come spesso, in realtà, si esprimano idee — nel migliore dei casi — del tutto fuori tempo rispetto ai compiti del presente -, ma molto spesso anche implicitamente gravate da altre fonti, e da fonti non controllate. Ad esempio, agisce una visione schumpeteriana della democrazia come mera selezione competitiva delle elites o, per altro verso, una visione ingenuamente direttistica e anacronistica della partecipazione popolare.
Ma lo stesso vale per la cultura economica: e basti qui richiamare una celebre battuta di Keynes: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. (…) Gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto (…) odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro».Insomma, il concetto gramsciano di senso comune, come stratificazione spesso incoerente e irriflessiva di idee ricevute, non ha perso nulla del suo valore. Ma dove nasce questo scarto? Sarebbe troppo facile addebitarlo (ma nondimeno è una parte della spiegazione) all’assenza di buone letture, o alla logica dell’usa e getta che oggi domina anche il mercato delle idee. Il problema è che, da un trentennio almeno, si è spezzata una qualche connessione organizzata tra produzione intellettuale e cultura politica, in grado di produrre egemonia. I canali si sono interrotti. E si possono individuare due lati del problema.
Da una parte, una malintesa lettura della cosiddetta crisi delle ideologie e l’idea che i partiti possano reggersi solo sui programmi e non anche, e prima di tutto, su una visione della società, dei suoi conflitti, delle possibili alternative (su un sistema di idee, conoscenze e paradigmi, che plasmano programmi e strategie). Su questo punto, qualsiasi progetto di ricostruzione della sinistra deve sforzarsi di reinventare delle istituzioni di raccordo stabile tra tre livelli fondamentali: la produzione scientifica e intellettuale «alta», la cultura politica diffusa, le idee che ispirano l’auto-comprensione dei singoli individui (il loro senso comune).
Ma una spiegazione adeguata di quello scarto richiede altro. E non può che richiamarsi all’esito della vicenda storica del movimento operaio, socialista e comunista, nel Novecento. Schematizzando, si può qui dire questo: la sinistra, sia nelle varianti socialdemocratiche che in quelle comuniste, ha sempre pensato la propria funzione come inscritta, incastonata, in un movimento oggettivo della storia.
La politica era pensata dentro un qualche orizzonte finalistico: ed era questo orizzonte che dava senso all’azione quotidiana e unificava i saperi. La teoria doveva essere la levatrice di questo movimento delle cose, mentre dalla struttura sociale emergeva il soggetto collettivo che se ne poteva fare interprete.
L’idea che un altro modello di società fosse possibile, ed anzi concretamente avviato alla realizzazione in qualche parte del mondo, agiva come potente collante delle forme di coscienza collettiva.
Tutto questo, oggi, è finito, ed è impossibile recuperare una qualche idea di orizzonte a cui rifarsi. Né può supplire a questo vuoto un richiamo ai valori: anche laddove si riuscisse a sfuggire ai rischi della retorica, un valore ha poi sempre bisogno di essere tradotto in un orientamento politico e programmatico.
Ma se non può esserci più alcun ancoraggio ad un senso della storia, ad una direzione che unifichi conoscenze scientifiche, coscienza teorica e prassi politica, non per questo è venuto meno il bisogno di dare un senso a ciò che accade. Il nostro orizzonte, oggi, può essere solo quello della nostra epoca, e le possibilità di cambiamento devono essere intese non come l’aspirazione soggettiva di qualcuno, ma come una risposta credibile ai problemi del presente, e come una potenzialità già inscritta nei fatti che abbiamo sotto gli occhi. È questo il terreno su cui riconnettere produzione intellettuale e cultura politica. La sinistra, in particolare, deve assumere fino in fondo su di sé il compito di ridefinire le forme e il senso della democrazia, globale e locale, nel nostro tempo: e non è un compito pacifico. La battaglia delle idee, come la si definiva un tempo, non ha esiti scontati.
Che vuol dire, oggi, «crisi della democrazia»? Se vuol dire ingovernabilità, allora hanno un senso le risposte e le pratiche istituzionali di tipo plebiscitario e decisionistico, che oggi prevalgono; se vuol dire crisi di legittimazione, occorre cercare altre risposte. E il confronto non è solo tra il neoliberismo (formula che rischia di diventare un comodo pass-partout) e la sinistra (vecchia o nuova): vi sono letture diverse anche tra coloro che pure si oppongono allo stato di cose presente. Da alcuni versanti antagonistici, ad esempio, provengono letture apocalittiche della democrazia, che in modo molto disinvolto sottovalutano la necessaria difesa di uno stato costituzionale di diritto e buttano alle ortiche ogni idea di democrazia rappresentativa. O che si appellano al proliferare di micro-conflitti prodotti da soggettività mutevoli e contingenti, magari da unificare con la creazione artificiale di un popolo. Non sono temi, questi, da considerare oggetto di convegni e seminari: dall’idea di democrazia che abbiamo in testa discendono anche i comportamenti politici quotidiani.
Una lettura critica del presente, fondata su robuste basi teoriche e solide acquisizioni scientifiche, da un lato; e dall’altro, i luoghi e gli strumenti con cui filtrare la produzione intellettuale nelle idee e nella cultura politica diffusa: se non si ricostruisce questa connessione, una qualche egemonia — con quello che questa vecchia parola evoca — avrà comunque modo di affermarsi. Ma non sarà della sinistra.