A cura di: Antongiulio Barbaro, Alessio Bartaloni, Amos Cecchi, Antonio Floridia, Monica Liperini,
Arnaldo Melloni, Eriberto Melloni, Massimo Migani, Mario Primicerio, Simone Siliani



Nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo,
poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo.

Aldo Moro

lunedì 22 maggio 2017

“UOMINI LIBERI O SCHIAVI” - uso e abuso del web, di Ferruccio Quaroni

All’inizio dello scorso dicembre Tullio De Mauro scriveva “ …è difficile liberare gli schiavi che si credono liberi.”. Lo diceva a conclusione di un ragionamento sull’istruzione pubblica nel quale ricordava anche la celebre affermazione dell’enciclopedista Condorcet secondo cui senza di essa (l’istruzione pubblica generalizzata) persisterà sempre la distinzione in due classi: quella di chi ragiona e quella di chi crede nelle opinioni altrui. Questo “quasi testamento” del grande intellettuale scomparso da poco riprende d’altra parte riflessioni che risalgono ad almeno due decenni fa. Alberto Burgio ed altri studiosi scrivendo nel 1994 delle “Nuove Servitù” che si venivano affermando nel mondo produttivo, evidenziavano come quegli inediti “servi” più si sentivano padroni, più affermavano in realtà la loro condizione servile.
Se ci fate caso il web è pieno di articoli e prese di posizione che segnalano il pericolo della dittatura del mondo della virtualità e dei social che sembrano allargare gli spazi di libertà e comunicazione ma che in realtà li limitano e recludono le persone in una vastissima riserva indiana che, anche se ampia, resta pur sempre tale…
Annamaria Testa, nota esperta di comunicazione, dice giustamente che i social sono diventati il mondo in cui viviamo e che la “manutenzione del sé virtuale” si avvia a diventare un impegno a tempo pieno. Ed aggiunge anche, in un altro lucido intervento, che siamo ormai collocati in una specie di tempo della “post verità” e che, per salvarsi, occorre uscire da questa bolla di virtualità ritornando nella complessità del reale; cosa che significa anche assumersi responsabilità e “riconnettersi” con il “vero”.
Ciò che è sconsolante è che ormai gli appelli sono diventati quasi una parte stessa della rappresentazione che è in scena da un decennio almeno: viene quasi da dire che, in un certo senso, fanno comodo. Si sa che alle dittature che tali sono ma che non vogliono apparire, piace avere opposizioni tutto sommato inoffensive. È un po’ come dire “lasciamoli abbaiare alla luna, visto che il potere è saldamente in mano nostra…”
D’altra parte cosa possiamo mai dire oggi se Feuerbach nel 1841 scriveva che “… il nostro tempo…preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere…”.
Potremmo forse smetterla di credere alla falsa democrazia del web. Non si arrabbino gli amici pentastellati, ma è proprio avvilente pensare di cambiare le cose con un “clic” sui bugiardini stilati dal Grande Capo…..Si potrebbe poi smetterla di passare il proprio tempo con gli occhi chini su uno smartphone (con gli annessi rischi per la propria ed altrui incolumità) alla ricerca di “like” e “amicizie” evanescenti per fare cose più utili e concrete; in famiglia si potrebbe magari parlare, leggere ed ascoltare musica, spegnendo TV e telefonini; si potrebbe poi battagliare all’interno delle proprie organizzazioni, dei propri luoghi di lavoro e di studio, delle associazioni in cui si milita ecc.. per ritornare a parlare e confrontarsi, per ripristinare meccanismi di decisione democratica; si potrebbero anche boicottare tutte quelle orribili emanazioni commerciali, economiche, pseudo-culturali e di intrattenimento che fanno sì, come diceva Guy Debord, che la merce diventi mondo ed il mondo merce…
Insomma: meno proclami, più esempi concreti e coerenza personale, meno bamboleggiamento…
Lo dobbiamo anche a chi ha combattuto per un’Italia ed un mondo diversi. Non ci saranno riusciti fino in fondo ma sicuramente non volevano un pianeta con sempre più finti uomini liberi e pochi veri padroni.


Per approfondire: Internazionale del 21 dicembre 2016, articolo di Annamaria Testa, esperta di comunicazione, I social network sono diventati “il modo in cui esistiamo”?
http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/12/21/social-network

lunedì 27 marzo 2017

Alta Velocità a Firenze - un articolo da "Il Manifesto" di Alberto Ziparo e una riflessione di Angelo Pezzati

Pubblichiamo - sul tema della passaggio del TAV a Firenze - un articolo uscito sul quotidiano "Il Manifesto" del 10 marzo u.s. a firma di Alberto Ziparo, docente di Tecnica e Pianificazione Urbanistica all'Università di Firenze, e alcune considerazioni di Angelo Pezzati, già direttore di R.F.I.  a Firenze

10 marzo 2017 Il Manifesto

Il paradosso della TAV a Firenze: in superficie con il megatunel

ALBERTO ZIPARO

La vicenda Tav a Firenze assume aspetti grotteschi e paradossali: la Tav passerà in superficie, ma senza rinunciare al megatunnel. La stazione sotterranea diventa superflua, non si sa che farne: allora inventiamoci un terminal bus (in un'area già inquinata e congestionata del Centro storico).

Un assurdo spiegabile forse solo con gli «accordi diabolici», come la magistratura ha battezzato le scelte avulse da qualsivoglia razionalità tecnica, economica o ambientale, ma condizionati da interessi illegittimi, se non corruttivi o criminali, che spesso contraddistinguono il comparto Grandi Opere.

Va ricordato che il progetto del sottoattraversamento pure fermo da tempo nella maggior parte proprio per le inchieste della magistratura - è sopravvissuto fino ad oggi, nonostante le critiche di gran parte del mondo scientifico e dell'università, oltre che di ambientalisti e NoTav, grazie alle forzature, fino a veri e propri brogli ed illegittimità (perfettamente colte anche da Raffaele Cantone nei mesi scorsi) che ne hanno caratterizzato fin qui le procedure. Innanzitutto ignorando gli enormi problemi ambientali, con ingenti escavazioni che investirebbero il delicatissimo core del bacino idrogeologico dell'Arno; da tutelare invece e mettere in sicurezza. Ancora gli impatti sul sottosuolo su cui insiste il patrimonio artistico «dell'umanità» ed un densissimo tessuto abitativo (anch'esso in parte vincolato). Il tutto «arricchito» dal «più grande scavo della storia ingegneristica di Firenze». Per evitare di incastrarsi negli enormi impatti del progetto, che ne avrebbero decretato già da tempo la fine certa, essi si sono semplicemente occultati; procedendo al tempo senza alcuna Valutazione ambientale per la megastazione e con uno studio embrionale, giustificativo e obsoleto per le gallerie: «Se si fa la Via non si fa più il sottoattraversamento!», sancì nel 2003 l'allora ministro dell'ambiente Matteoli, con una posizione che apriva evidentemente all'illegalità, ma che fu salutata e sorretta nel tempo da unanime entusiasmo del quadro politico-istituzionale. Laddove l'Università - sollecitata da NoTav ed ambientalisti - si incaricava di effettuare gli studi mancanti e rappresentare i disastrosi impatti del progetto. Le stesse Ferrovie dello Stato, almeno fino a qualche settimana fa, sembravano finalmente concordare sull'opportunità di realizzare il Passante in superficie, con l'eventuale agevole realizzazione dei pezzi di binari necessari. Di più, Ferrovie, d'accordo con governo e sindaco della città, sottolineava che, date le tecnologie odierne di controllo e regolazione, il passaggio in superficie era «semplice e poco costoso», oltre che non impattante. Infatti significherebbe un forte risparmio, oltre che di ambiente, di risorse economiche, da reinvestire così nel completamento del «sistema del ferro metropolitano». Anche i tempi di realizzazione sarebbero notevolmente più brevi: al massimo quattro anni e mezzo per completare il passaggio di superficie contro gli almeno dodici del sottoattraversamento. Le posizioni di Ferrovie ed Università concordavano anche sulla «centralità» dell'attuale stazione di Santa Maria Novella, finora mai realmente perseguita, che nel progetto di Università e Comitato No Tunnel Tav, si otterrebbe con un disegno che «inserisce» la nuova stazione AV nel tessuto urbanistico della città storica.

Si va dunque finalmente verso la soluzione di superficie, che oggi appare inevitabile? Si, ma senza rinunciare al tunnel, pure chiaramente inutile, oltre che fortemente dannoso. Una parte della governance toscana e fiorentina infatti «vuole che si scavi», «come e dove volete, purché si scavi!». E così siamo in un passaggio incomprensibile al buon senso, con la sostanziale conferma della riduzione della stazione sotterranea - trasformata in un «impossibile» terminal bus - ed il rinvio ad un nuovo progetto di superficie, ma in cui non si esclude la presenza del clamorosamente inutile sottoattraversamento.

Sembrano aver avuto successo le pressioni su Ferrovie perché si scarti la soluzione di passare solo in superficie, di gran lunga più vantaggiosa. Da qui l'assurdo che si profila. E il rischio di andar avanti in realtà senza un vero progetto approvato. Ma perché si deve scavare a tutti i costi? Lo studio dell'Università dimostra che «la separazione tra il traffico veloce e locale si può perseguire meglio passando in superficie». Tuttavia... «per favore, lasciateci scavare!» Perché? Probabilmente per spendere molto di più - anche a costo di sfasciare il centro urbano - e favorire le clientele e le lobby di escavatori e movimentatori di terre, e dell'imprenditoria di qualsiasi tipo che vi nuota attorno, ovviamente interessata solo al tunnel. Accordi diabolici? Appunto.

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ATTRAVERSAMENTO AV DI FIRENZE

Dott. Ing. ANGELO PEZZATI                                               marzo ‘17

L’Attraversamento AV di Firenze è un progetto vivo, da sostenere: occorre essere stimolo per chi lavora, magari non sufficientemente sostenuto da chi è vicino, ed inoltre confutare, per quanto è tecnicamente possibile, affermazioni fatte da persone anche qualificate ma non esperti della materia ferroviaria, come emerge da recenti articoli.
Una naturale premessa:
  •          Le Opere Pubbliche in Toscana, e a Firenze in particolare, inanellano sempre ritardi e contrasti,
  •     Come la tela di Penelope qualcuno di giorno lavora e, altri, di notte disfano il lavoro fatto,
  •         Si realizzano progetti ma spesso rimangono nel cassetto ovvero quando si vanno a realizzare si ritengono vecchi e necessitano di aggiornamenti,
  •          La stazione di Firenze SMN, oggi da tutti esaltata a ragione, realizzata fra il 1933  e ’35, subì contrasti di ogni tipo ( per la sua modernità, per le forme, per il difficile inserimento con le linee  della vicina Basilica di Santa Maria Novella, ecc) e ci volle Mussolini perché l’opera fosse realizzata.

In questo quadro non c’è da meravigliarsi se anche l’Attraversamento AV abbia ritardi di ogni tipo che qui non voglio citare.

Dopo il manifestarsi di differenti idee nel 2016 da parte di FS e del Comune di Firenze, contrastate dalla presa di posizione della Regione Toscana, di Politici e Tecnici, i lavori, che almeno nella stazione Belfiore non si sono mai fermati, stanno andando avanti anche se piano. A fine 2016 da parte di FS, Regione Toscana e Comuni Fiorentini è stato concordato che il tunnel fra Castello e Firenze Campo Marte  veniva confermato e anche la Stazione Belfiore sarebbe stata realizzata anche se rivedendone spazi e funzioni.  Cioè tutti hanno condiviso, dopo alcune incertezze, che, anche con l’applicazione di moderne tecnologie, si rendeva necessaria la realizzazione di 2 nuovi binari passanti, indipendenti da quelli esistenti, dove far transitare i nuovi volumi di traffico.

Infatti già da anni, anche con i tanti lavori fatti per potenziare il Nodo ferroviario di Firenze, le linee del Nodo e le stazioni sono sature e non si possono fare ulteriori incrementi di treni regionali e metropolitani.
Sul posizionamento dei due nuovi binari esistono anche oggi persone, anche qualificate, che, senza mostrare un progetto seppur preliminare, nonostante che l’ idea venga sostenuta da molti anni, propongono di posizionare 2 nuovi binari in superficie fra Rifredi e Campo Marte.
Tale idea è stata bocciata da tutti i possibili interlocutori e vediamone i motivi:
  •          I lavori interesserebbero la città di Firenze per tutta l’estensione del tracciato fra Firenze Rifredi e C.M. (alcuni km), con occupazione di aree private e demolizione di numerosi fabbricati,
  •          In corrispondenza delle 2 gallerie del “Pellegrino” necessiterebbe demolire e ricostruire  le stesse con sezione a 3 o 4 binari, prevedendo almeno di liberare durante i lavori tutti gli immobili posti sulla verticale di tali gallerie per gli scarsi ricoprimenti,
  •          Tutti i materiali ( terre di scavo, materiali di risulta, materiali da costruzione, ecc) dovrebbero essere movimentati su gomma interessando la viabilità cittadina, al contrario dei materiali sia di scavo che di costruzione del tunnel AV previsti su carro ferroviario,
  •         Necessariamente per lunghi periodi (di alcuni anni), quanto la durata dei lavori, si avrebbe una interruzione totale o parziale di un tratto della Rifredi- Campo Marte o Statuto-CM; questo determinerebbe una notevole diminuzione del numero dei treni circolanti sia in “cintura” sia sulla FI SMN-Arezzo,
  •          La  diminuzione di traffico interesserebbe prevalentemente il servizio regionale ed allungamenti dei tempi di percorrenza interesserebbero il traffico  nazionale, il traffico merci dovrebbe essere dirottato tutto sulla linea tirrenica, l’impatto acustico e ambientale risulterebbe inaccettabile anche per la presenza di binari ad Alta Velocità a pochi metri dalle finestre del secondo piano dei palazzi nella zona Romito- Statuto,
  •         Non sarebbe possibile avere una totale separazione dei traffici AV con quelli regionali, con conseguente diminuzione di potenzialità,
  •          Sarebbe assai difficile ottenere una Valutazione di Impatto Ambientale positiva!

A tutto ciò si dovrebbero aggiungere  ovviamente i tempi per:
  •          Un nuovo progetto da eseguire, approvare e appaltare,
  •          Annullare il contratto in essere con le penali da pagare.

Chi sostiene che si potrebbe concordare con l’Appaltatore attuale di annullare il contratto in essere e far  eseguire il nuovo progetto non ha certamente conoscenza delle normative sugli Appalti Pubblici. Solo a parlarne si rischierebbe la “ galera”!
Tutto quanto sinteticamente riportato ha spinto ogni interlocutore che ha esaminata questa idea (perché ripeto di idea si tratta) ad abbandonarla.
L’idea è stata scartata negli anni ’90  prima di scegliere, fra le possibili soluzioni prospettate, quella approvata nel ’99 e poi appaltata.
Allora esistevano altri criteri, assai più semplici e meno cautelativi, per costruire e il traffico ferroviario era molto più ridotto di oggi.
Oggi la idea appare, per motivi tecnici ferroviari e politici, inattuabile!
Esiste ancora oggi, rispetto a un anno fa, il problema della stazione AV da definire.  Comunque il volume ( cassone) della stazione è in corso di realizzazione e quindi la stazione sarà realizzata; deve essere definito quanti spazi lasciare ai servizi di stazione e quanti , non più ritenuti utili, lasciarli per altri scopi fra i quali il terminal bus.
Un terminal bus potrà, se ben concepito, migliorare l’interscambio di trasporto pubblico treno-bus.
Occorre comunque perfezionare l’interscambio treno-treno con la fermata di Circondaria  in corrispondenza della nuova stazione AV ed il collegamento Belfiore – SMN.
Ci sono ancora questioni da approfondire comunque occorre aver presente i concetti di:
  •         Incremento previsto del servizio ferroviario AV Nazionale,
  •         Incremento notevole( raddoppio) del numero dei treni destinati al trasporto regionale,
  •          Sviluppo del trasporto metropolitano legato anche alle nuove linee tranviarie e al trasporto pubblico su gomma.


In questo quadro di necessità di sviluppo del trasporto su ferro occorre, a mio avviso, velocizzare i lavori e non ridiscutere i progetti con idee fantasiose.

venerdì 10 febbraio 2017

“Come si diventa nazisti”, libro di William Sheridan Allen - recensione di Ferruccio Quaroni

 “Come si diventa nazisti”, dello storico americano William Sheridan Allen, è un libro del 1965 ripubblicato da Einaudi nel 1994 con una bella prefazione di Luciano Gallino. A mio avviso, andrebbe fatto leggere nelle scuole superiori, non solo agli studenti ma anche agli insegnanti come utile supporto per spiegare il nazismo e, più in generale, il meccanismo di creazione del consenso ai regimi dittatoriali.
Il racconto si sviluppa tra il 1928 ed il 1933 in una cittadina dell’Hannover, nella Germania profonda: si tratta di una piccola comunità di 10.000 abitanti (oggi ne ha 30.000), piuttosto conservatrice ma anche con una forte presenza della socialdemocrazia, del sindacato e degli stessi comunisti.
Il libro è composto da tante storie quotidiane che ricordano un po’ le nostre, quelle di una comunità che si sta disgregando e che non se ne accorge. Il messaggio non è però quello della ineluttabilità che le vicende storiche si ripetano tali e quali.
Come sottolinea Gallino è perfino più inquietante in quanto trasmette la convinzione che la distruzione di una comunità politica e la fine della democrazia sono sempre possibili e che non ci si può illudere che ad impedirlo siano le condizioni storiche diverse, il livello di sviluppo economico, le istituzioni nate in Europa dopo la guerra a difesa della democrazia o una ipotetica maggiore maturità democratica dei cittadini.
Come sostiene giustamente la prefazione, oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi e stanno anche dentro di noi, nell’eterno conflitto tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà.
Ecco allora che appare ancora oggi molto significativo il racconto corale articolato in storie diverse che confluiscono però verso l’ineluttabilità della dittatura come risposta al malessere sociale, alla disoccupazione crescente, al senso di insicurezza, al malcontento per uno stato che funziona male, al rancore verso le minoranze etniche che “rubano lavoro, soldi e potere” ai cittadini “ariani”.
Solo alla fine del libro ci si accorge come tanti fatterelli quotidiani, anche insignificanti, erano però confluiti nella composizione del destino e della scelta autoritaria di una comunità locale e di un’intera nazione.
A concorrere al disastro finale fu anche, ed il testo lo illustra egregiamente, l’incapacità del Partito Socialdemocratico di stringere alleanze, sia alla propria sinistra che verso il centro, mentre i nazisti, con spregiudicatezza, imbarcavano di volta in volta alleati occasionali e parlavano linguaggi capaci di suscitare interesse e motivare ceti e settori sociali molto distanti dalla loro ideologia di base.
Emerge con evidenza il progressivo allontanarsi del popolo dallo Stato e dalla politica, percepiti come nemici corrotti incapaci di garantire un sistema di solidarietà sociale, di sicurezza e di benessere: mentre la violenza nazista cresce e si estende dagli avversari tradizionali alle persone e alle organizzazioni agnostiche e neutrali, la sinistra affonda fra divisioni, sospetti ed incapacità di fare fronte comune. Alla fine del 1935 la comunità di Thalburg (in realtà il nome vero è Nordheim), come entità civile, culturale e morale, cessa di esistere. 
Avevo appena finito di rileggere “Come si diventa nazisti” quando ho appreso la notizia del Comandante della Polizia Locale di Biassono che, su facebook, ha pubblicato una sua foto in divisa da SS con un eloquente commento “Basterebbe una compagnia di questi per sistemare alcune cose.”
Tralascio di commentare le farneticanti frasi di quello che dovrebbe essere un “servitore dello Stato” ma suggerisco a tutti di riflettere sul fatto che affermazioni e comportamenti di questo tipo si sentono e si osservano purtroppo sempre più spesso: il nazi-fascismo per qualcuno è una “innocua” moda; i mercatini sono zeppi di busti del duce e di paccottiglia del ventennio; generalizzazioni e orride banalità sulla dittatura si ascoltano con grande frequenza… Allora vale la pena di non abbassare la guardia e, soprattutto per chi svolge un ruolo educativo, pubblico e civico, di dare risposte forti e continue per ristabilire le verità, contrastare il senso diffuso di anti-Stato che si diffonde, ricordare la barbarie ed il Male rappresentato da nazismo e fascismo e proporre i contenuti di una società aperta, democratica ed inclusiva.



domenica 29 gennaio 2017

"Una volta nella vita" film Francia 2014. Presentazione di Ferruccio Quaroni

Gli eredi della memoria nella scuola del saper imparare

presentazione di Ferruccio Quaroni



Tutti, credo, conoscete il significato della parola Olocausto e sapete cosa avvenne nei territori dominati dai nazisti fra il 1940 ed il 1945. Sei milioni di persone vennero sterminate in modo sistematico, preordinato, come in una catena di montaggio nella quale anziché creare qualcosa si sopprimevano vite umane. Uomini, donne, anziani, bambini e non solo ebrei ma appartenenti a tutte le categorie che la ideologia nazista considerava inutili o dannose per la così detta pura razza ariana.

Nel libro “Un tedesco contro Hitler” di Sebastian Haffner l’autore, sopravvissuto al nazismo in quanto “ariano”, cosa che non successe purtroppo alla sua fidanzata che era ebrea, descrive così la mentalità dei tedeschi di allora: “Ci sono dei compiti ed il primo imperativo per un tedesco è eseguirli bene. Nello svolgere bene la cosa che stiamo facendo – non importa quale, un lavoro dignitoso, un’avventura o un crimine – proviamo uno stordimento depravato ma esaltante che ci esenta da qualsiasi riflessione sul senso e sul significato di ciò che stiamo facendo”. Notate in che modo, quello che era allora un giovane tedesco addestrato al nazismo, descrive come si giunse alla pianificazione dello sterminio ed al perfetto, quasi scientifico, funzionamento delle camere a gas.

Ecco, invito a riflettere su queste parole “stordimento depravato che ci esenta da ogni riflessione sul senso ed il significato di ciò che si fa”. Lo dico perché anche oggi, poco e male, si riflette sul significato di ciò che facciamo quotidianamente: presi dalla velocità e dalla necessità del presente e dell’immediato ci si scorda spesso del senso delle cose.

Ora noi sappiamo che i tempi sono certamente molto cambiati: i tedeschi in particolare sembrano avere rielaborato positivamente il terribile dramma di quel decennio in cui una nazione che aveva prodotto Beethoven e Kant ma anche Einstein, era piombata nella barbarie di un regime produttore di morte, guerra, sterminio e devastazione.

Oggi però il ragionamento andrebbe esteso anche ad altro: non possiamo limitarci a celebrare questa Giornata commuovendoci ed inorridendo di fronte alle immagini ed al ricordo di fatti comunque lontani e che ormai pochi possono ricordare e narrare per averli vissuti direttamente.

Rischieremmo di isolare quei fatti in un passato solo un po’ meno lontano dalle guerre napoleoniche o da quelle del risorgimento. E ciò impedirebbe di vedere quanti e quali pericoli sono ancora presenti ed attuali.

Allora suggerisco a tutti un altro libro che si intitola “Come si diventa nazisti”, dello storico americano William Sheridan Allen, del 1965 ripubblicato da Einaudi nel 1994. Il racconto si sviluppa tra il 1928 ed il 1933 in una cittadina della Germania profonda ed è composto da tante storie quotidiane che ricordano un po’ le nostre di oggi, quelle di una comunità che si sta disgregando e che non se ne accorge.

Il libro ci fa capire che la distruzione di una comunità politica e la fine della democrazia sono sempre possibili. Che ad impedirlo non bastano le condizioni storiche diverse, il livello di sviluppo economico, le istituzioni nate in Europa dopo la guerra a difesa della democrazia o una ipotetica maggiore maturità democratica dei cittadini. 

Oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi e stanno anche dentro di noi, nell’eterno conflitto tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà. 

Si tratta di un racconto corale articolato in storie diverse che confluiscono però verso l’ineluttabilità della dittatura come risposta al malessere sociale, alla disoccupazione crescente, al senso di insicurezza, al malcontento per uno stato che funziona male, al rancore verso le minoranze etniche che “rubano lavoro, soldi e potere” ai cittadini “ariani”.

E solo alla fine del libro ci si accorge come tanti fatterelli quotidiani, anche insignificanti, confluiscono però nella scelta autoritaria di quella comunità locale e di tutta la Germania.

Allora mi viene da riflettere sul fatto che pare che oggi l’80% circa degli italiani, soprattutto giovani fino ai 30 anni, vogliano “un uomo forte” alla guida della nazione, che la fiducia nello Stato si attesta nei sondaggi al 20% scarso e quella nell’Europa al 29.

E che cos’è e cosa fa un “uomo forte”? Innanzitutto decide per tutti noi, ci farà sentire magari più sicuri anche se è poi tutto da vedere, ma ci espropria completamente del nostro status di uomini liberi e dotati di volontà civile, politica e di autodeterminazione.

Il film “Una volta nella vita” della regista Marie-Castille Mention-Schaar, parla proprio di capacità di essere liberi e consapevoli. E' ispirato ad una storia vera, quella di Amhed Dramé, un ragazzo musulmano figlio di una immigrata del Mali, che vive in una banlieue di Parigi, che nel 2009 partecipa, con la sua classe, al “Concorso scolastico nazionale sulla Resistenza e la deportazione degli ebrei sotto il nazismo” (istituito nel 1961 dal Ministero della Pubblica Istruzione), grazie all'intuizione dell’insegnante di storia e geografia che capisce che quella classe di una scuola di periferia, ha sensibilità e voglia di riscatto. 

Narra un percorso di crescita e di consapevolezza di quei sedicenni, fa capire che, senza perdere la felicità e la gioventù, senza diventare tristi e musoni, si può però fare qualcosa di bello e di utile per sé e per gli altri. 

E lo si può fare condividendo veramente, non solo foto o storielle su Facebook e WhatsApp, ma emozioni, sensazioni, pensieri, riflessioni per costruire qualcosa di nuovo, di inedito, di proprio...… 

Racconta come ragazzi inizialmente divisi e conflittuali diventano gruppo, si appassionano alla storia e all'attualità e come sapranno assumere e trasmettere la memoria di quei fatti e di quei giovani morti nei campi di concentramento, che non erano poi così diversi da loro.

Ogni immagine di questo film ed ogni pagina del libro dal quale è tratto, scritto dal giovane studente Amhed, serve proprio a capire come non cadere nel tranello della dittatura e del delegare ad altri il nostro futuro. 

Il nazismo capì che doveva seminare paura, odio e rancore per vincere: nel libro “Una volta nella vita”, Léon, un sopravvissuto al Lager, dice ai ragazzi: “Per esperienza so che spesso l’odio riesce ad averla vinta. È furbo, sfrutta la debolezza degli uni e la povertà di altri, le vecchie ferite di tutti. Poi colpisce e sfigura. Sotto la sua maschera non si riconosce più l’uomo ma si distingue solo una poltiglia di uomo. Di cui la Storia… potrebbe benissimo cibarsi di nuovo.” E poi aggiunge: “Se si possono toccare anche le nuove generazioni, queste saranno salvate. Se capiscono cosa si rischia a lasciare che gli uomini abbandonino l’umanità, anche il passato è salvo.”

Ecco allora che è molto bello ciò che scrive e dice Amhed, quasi alla fine: “Le barriere siamo noi a crearle, basta negarle perché smettano di esistere.” Ed infine “Ho una storia particolare, un percorso speciale… ma appartengo anche alla Storia, quella dell’Uomo, e per questo sono gli altri.”

Pensiamo allora alla Giornata della Memoria come ad una “memoria” viva, calata nel presente, un’occasione per capire nessi e collegamenti storici e sociali. Non si tratta di celebrare e mettersi la coscienza a posto. Quei milioni di persone cancellate dalla faccia della terra, ma non dalla Storia, non hanno bisogno di retorica ma ci hanno assegnato un compito preciso: quello di rendere sempre degno il fatto di definirsi “Uomini”. 




sabato 21 gennaio 2017

“Tecnica del colpo di Stato” di Curzio Malaparte. Strategia aggressiva e organizzazione: un libro da rileggere. Recensione di Ferruccio Quaroni

Alcuni anni fa è stato ripubblicato “Tecnica del colpo di Stato”, libro controverso di un autore controverso, Curzio Malaparte.
Dato alle stampe nel 1931, costò all’autore l’incarceramento ed il confino, venne proibito in Unione Sovietica e, addirittura, dato alle fiamme nella Germania hitleriana.
Il testo, rispetto al nazismo, soffre dei limiti di una stesura avvenuta quando la dittatura non si era ancora pienamente espressa con tutta la brutalità successiva ed indulge ad un giudizio su Hitler presentato solo come brutta copia di Mussolini.
Al di là di questo, però, va invece sottolineata, insieme ad una scrittura piacevole ed avvincente dei fatti storici, in particolare quelli relativi alla presa del potere dei soviet, la dimensione di attualità delle riflessioni sulla attuazione del “colpo di Stato”.
Malaparte sottolinea come la riuscita dell’impossessamento del potere statale da parte di una minoranza sia, appunto, frutto di una “tecnica” precisa e non di fatti storici e politici che pure compongono il quadro di riferimento generale delle vicende.
I casi di Trotzki e di Mussolini, a suo parere, testimoniano appunto come la conquista dell’apparato statale avvenne su un terreno delle tecniche concrete, della formazione di un nucleo operativo motivato, coeso e privo di scrupoli e della capacità di occupare le centrali nevralgiche dell’economia, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’erogazione dei servizi essenziali e primari.
Trotzki, vero realizzatore della conquista del potere, forzò la mano ed anticipò Lenin nelle decisioni e nelle modalità attuative: capì che si doveva evitare che uno sciopero generale venisse gestito a favore dei socialdemocratici e dei moderati e che il futuro controllo dei sindacati avrebbe rappresentato la chiave di volta del consolidamento del potere.
Nella Germania dei primi tempi di Weimar, infatti, il tentativo di presa del potere dei nazionalisti del 1920 venne sventato proprio grazie allo sciopero generale sostenuto dal cancelliere socialdemocratico Bauer.
Il caso del fascismo viene trattato con una riflessione sulle dinamiche del “biennio rosso” e sulla capacità avuta da Mussolini di spezzare, appunto, la forza sindacale, prima ancora di quella dei partiti di massa (i socialisti ed i comunisti innanzitutto) in modo da sventare il piano di Giolitti di giocare la carta della mobilitazione dei lavoratori organizzati per arginare il movimento eversivo. Il successivo inserimento dei fascisti nel Blocco Nazionale alle elezioni del 1921 ebbe solo il risultato di illudere i moderati di avere ingabbiato il fenomeno. I fascisti scelsero però la strada di non appiattirsi sulle dinamiche parlamentari con i pochi deputati eletti, ma di continuare la loro strategia aggressiva e di consolidamento organizzativo per la presa del potere.
A parere di Malaparte il fascismo aveva già vinto tra il 1920 ed il 1921 con la distruzione pressoché totale della struttura sociale, cooperativistica e di solidarietà delle forze di sinistra e, in parte, di quelle cattoliche: la strada era spianata con l’utilizzo di una tecnica ben studiata e calibrata.
La riflessione da farsi è quella che occorre sempre storicizzare e contestualizzare i fatti ed i fenomeni. Se è pur vero che le cose non si ripetono mai nello stesso modo, un ragionamento va fatto, anche oggi, sull’indebolimento delle organizzazioni storiche dei lavoratori, sulla totale scomparsa dei tradizionali partiti di massa, su prassi comunicative e propagandistiche che, utilizzando deformazioni della verità e palesi falsità, creano sensi comuni errati e pericolosi e, ovviamente, sull’allontanamento generale delle persone dalla partecipazione e dal protagonismo vero ed effettivo, che non può essere quello dei social…
Perciò anche il discusso Malaparte può essere utilizzato per utili scopi: più in generale bisognerebbe semplicemente tornare a leggere e documentarsi maggiormente sulle fonti e le testimonianze piuttosto che nel mondo dei media e della virtualità.

mercoledì 30 novembre 2016

Referendum del 4/12 - da "Internazionale" on line. Scheda riepilogativa

 Pubblichiamo una scheda riepilogativa - curata dal settimanale "Internazionale" - che in dieci punti affronta efficacemente le tematiche del referendum costituzionale con le posizione del "sì" e del "no". Buon voto


Il 4 dicembre 2016, dalle 7 alle 23, gli italiani andranno a votare al referendum per approvare o respingere la riforma della carta costituzionale promossa dal governo.
La riforma è chiamata anche “legge Boschi”, dal nome della ministra per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi, che ha firmato la proposta di riforma insieme al presidente del consiglio. La legge implica modifiche importanti all’assetto delle istituzioni – come il superamento del bicameralismo perfetto e la riforma del titolo V – ed è stata approvata tre volte da camera e senato (due volte con lo stesso testo) e ora sarà sottoposta alla volontà popolare, su richiesta di cittadini e parlamentari, come previsto dall’articolo 138 della costituzione. 
Nel referendum costituzionale (a differenza di quello abrogativo) non è previsto un quorum: la validità della consultazione, cioè, non dipende da quante persone voteranno. Il risultato sarà valido qualunque sia la partecipazione al voto. 
Il procedimento di approvazione della legge è cominciato nell’aprile del 2014 con un testo che nel corso della discussione in aula è stato modificato sia dalla camera sia dal senato. La riforma riguarda più di un terzo degli articoli della costituzione (47 su 135) ed è la più vasta dal 1948, quando la costituzione italiana è entrata in vigore. 
1. Cosa chiede il quesito referendario?
Il quesito referendario che sarà stampato sulle schede elettorali dice: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?”. 
La posizione del no Il testo del quesito referendario è stato criticato perché secondo alcuni sarebbe implicitamente favorevole all’approvazione della riforma (al fronte del sì). Per questo il 5 ottobre alcuni partiti (Sinistra italiana e Movimento 5 stelle) hanno presentato un ricorso al tribunale amministrativo del Lazio accusando chi ha scritto il quesito di aver “fatto uno spot pubblicitario per il governo”. Secondo chi ha presentato il ricorso, il quesito avrebbe dovuto indicare tutti gli articoli che saranno modificati dalla riforma, senza tralasciare temi come la riforma dell’elezione del presidente della repubblica. Inoltre la scheda “riporta impropriamente anche una presunta finalità della legge: il cosiddetto contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, di cui non si parla nelle norme revisionate e che potrebbe “semmai essere una conseguenza, neppure certa e comunque irrisoria”, delle modifiche. Nel ricorso si chiede di ritirare il decreto del presidente della repubblica con cui si annuncia il referendum. 
La posizione del sì Per rispondere alle critiche sul quesito, il presidente della repubblica e il governo hanno ricordato che “il quesito è stato valutato e ammesso” dalla corte di cassazione e “riproduce il titolo della legge quale approvato dal parlamento”. 
2. Quali sono le principali modifiche introdotte dalla riforma?
I cambiamenti sostanziali introdotti dalla riforma riguardano: il superamento del bicameralismo perfetto o paritario, il numero dei senatori, i loro compiti e il modo in cui sono eletti, l’attribuzione esclusivamente alla camera dei deputati del compito di esprimere la fiducia nei confronti del governo, l’attribuzione dell’attività legislativa quasi interamente alla camera, cambiamenti nella procedura di elezione del presidente della repubblica, modifiche ai rapporti tra stato e regioni delineati dal titolo V, in particolare per le competenze legislative, l’eliminazione del riferimento alle province, l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), alcune modifiche nella modalità di presentazione delle leggi d’iniziativa popolare e dei referendum abrogativi. 
La posizione del no La riforma è vasta e caotica e ha l’effetto di indebolire alcuni poteri di garanzia, come quello del senato, a favore di un rafforzamento del potere esecutivo. Un rischio che si aggrava se si considera il legame tra la legge elettorale Italicum e la riforma costituzionale, che amplifica la concentrazione del potere nella figura del capo del governo e indebolisce l’autonomia delle istituzioni di garanzia. Inoltre, l’attuale parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale (legge Calderoli) non sarebbe legittimato a portare a termine una riforma così profonda del sistema istituzionale. 
La posizione del sì Gran parte della costituzione non sarà modificata. In particolare, non sono in discussione i princìpi fondamentali (articoli 1-12) né la prima parte della costituzione sui diritti e i doveri dei cittadini (articoli 13-54). Le modifiche riguardano solo la seconda parte della costituzione, che disciplina gli assetti istituzionali e che anche secondo chi fece parte dell’assemblea costituente (1946-1948) avrebbe potuto essere in parte ripensata. I cambiamenti porteranno a una maggiore governabilità e a una razionalizzazione dei costi della macchina dello stato. 
3. Che cos’è il bicameralismo perfetto, e come cambia?
Il bicameralismo perfetto è un sistema parlamentare in cui due camere hanno gli stessi poteri. Nel sistema italiano tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate dalla camera dei deputati e dal senato. Anche la fiducia al governo deve essere concessa sia dai deputati sia dai senatori. Con la riforma, invece, la camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà accordare la fiducia al governo, approvare le leggi di bilancio e nella stragrande maggioranza dei casi le leggi ordinarie. I rami del parlamento restano due (camera dei deputati e senato della repubblica), ma avranno funzioni diverse. 
La posizione del no Concedendo solo alla camera dei deputati la possibilità di votare la fiducia si elimina il controllo del senato sul governo senza inserire altri contrappesi democratici al potere esecutivo. Inoltre, poiché le leggi proposte dal governo avranno una corsia preferenziale per essere esaminate più rapidamente, c’è il rischio che aumenti eccessivamente il potere del presidente del consiglio. 
La posizione del sì Il governo sarà più stabile perché non dovrà chiedere il voto di fiducia a entrambe le camere, l’approvazione delle leggi sarà più rapida e i costi di gestione delle istituzioni diminuiranno. 
4. Che poteri avrà il nuovo senato?
I senatori parteciperanno, come oggi, all’elezione del presidente della repubblica, dei componenti del consiglio superiore della magistratura e dei giudici della corte costituzionale. Ma la funzione principale del senato sarà quella di raccordo tra lo stato, le regioni e i comuni, una funzione svolta oggi dalla Conferenza stato-regioni. Al senato sarà attribuita anche la [nuova] funzione di valutare le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni. 
Solo per alcuni tipi di legge servirà l’approvazione di entrambi i rami del parlamento: le leggi costituzionali, le leggi sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche europee, le leggi sull’elezione del senato e quelle che incidono direttamente sull’ordinamento di regioni, comuni e città metropolitane. Per tutte le altre leggi, la funzione legislativa spetterà solo alla camera. I disegni di legge all’esame della camera saranno comunque trasmessi al senato, che avrà la possibilità di proporre delle modifiche, ma solo [se] entro dieci giorni e su richiesta di almeno un terzo dei senatori. Le modifiche dovranno essere approvate dalla maggioranza dei senatori. 
La posizione del no Con la riforma si crea un numero ancora indefinito di procedure legislative alternative (secondo alcuni sette, secondo altri nove, secondo altri ancora dieci o undici) che creeranno confusione e conflitti tra i due rami del parlamento. Inoltre, visto che la riforma rinvia a una futura legge ordinaria che regolerà il sistema di elezione dei senatori e il funzionamento del senato, è impossibile farsi un’idea concreta di come funzionerà il nuovo senato. 
La posizione del sì L’approvazione delle leggi sarà più rapida, la maggior parte delle leggi potrà entrare in vigore undici giorni dopo essere stata approvata dalla camera. Il senato rappresenterà di più le autonomie territoriali e farà da raccordo tra le regioni e lo stato. 
5. Da chi sarà formato il nuovo senato?
Il senato diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali composto da cento senatori (invece dei 315 attuali), che non saranno eletti direttamente dai cittadini, ma dai consigli regionali e dal presidente della repubblica. I consigli regionali sceglieranno 95 senatori, nominando con metodo proporzionale 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi senatori resteranno in carica per la durata del consiglio regionale che li avrà eletti. 
Il presidente della repubblica nominerà cinque senatori, che rimarranno in carica sette anni. La carica di senatore a vita rimarrà solo per gli ex presidenti della repubblica. I cinque senatori a vita attuali (Giorgio Napolitano, Mario Monti, Carlo Rubbia, Renzo Piano ed Elena Cattaneo) resteranno in carica ma non saranno sostituiti. I senatori non saranno più pagati dal senato, ma percepiranno solo lo stipendio da amministratori locali. 
La posizione del no I senatori non lavoreranno a tempo pieno in senato perché nel resto del tempo dovranno svolgere il loro lavoro nelle istituzioni di appartenenza. 
La posizione del sì L’incarico da consigliere regionale non è così impegnativo da impedire il lavoro in senato. Inoltre si risparmierà sui costi del senato perché i consiglieri regionali e sindaci hanno già un compenso. I senatori nominati dal presidente della repubblica non percepiranno indennità. 
6. Come saranno scelti i senatori?
Ogni consiglio regionale dovrà eleggere un senatore tra i sindaci dei comuni della regione: ci saranno quindi 21 senatori-sindaci. Gli altri senatori saranno eletti dai consigli regionali tra i loro componenti con metodo proporzionale “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” in occasione del rinnovo del consiglio regionale. A ciascuna regione spetterà un numero di seggi in proporzione alla popolazione, secondo l’ultimo censimento generale, ma con un minimo di due. A ciascuna delle province autonome di Trento e Bolzano spettano due senatori. 
Una legge elettorale per il senato, che sarà adottata dopo l’entrata in vigore della riforma e dovrà essere approvata sia dalla camera sia dal senato, spiegherà in dettaglio come si sceglieranno i senatori. Il contenuto di questa legge è ancora da definire. In occasione della prima formazione del senato, i componenti saranno nominati dai consigli regionali in carica. I senatori non saranno rinnovati contemporaneamente, ma saranno rinnovati in corrispondenza con le elezioni dei singoli consigli regionali. La durata del mandato dei senatori coinciderà con quella dei consigli regionali che li hanno eletti. Per diventare senatori non sarà più necessario aver compiuto quarant’anni. Il nuovo senato andrà a regime quando tutti i consigli regionali saranno stati rinnovati (nel 2022). 
La posizione del no I criteri di selezione dei senatori non sono trasparenti e si rinuncia alla loro elezione a suffragio universale, danneggiando il rapporto diretto con gli elettori. 
La posizione del sì Saranno più rappresentate le autonomie regionali. 
6. Come cambierà l’elezione del presidente della repubblica?
All’elezione del presidente della repubblica non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le camere in seduta comune. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei parlamentari fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti. Dal settimo scrutinio servirà la maggioranza dei tre quinti dei votanti (oggi è necessario ottenere i due terzi dei voti di camera, senato e delegati regionali in seduta congiunta fino al terzo scrutinio; dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dell’assemblea). 
La posizione del no La riduzione a cento dei senatori porta uno squilibrio tra le due camere, quella eletta con l’Italicum e quella invece scelta nei consigli regionali, con il rischio che l’elezione del capo dello stato finisca nella sfera d’influenza del governo e del presidente del consiglio. Con l’introduzione di una maggioranza qualificata al settimo scrutinio che tiene conto del numero dei votanti e non di tutti i parlamentari, c’è il rischio che il capo dello stato sia eletto da un piccolo gruppo di parlamentari. 
La posizione del sì Il presidente della repubblica mantiene i suoi poteri e il suo ruolo di garanzia. Il quorum per l’elezione è più alto rispetto alla procedura attuale, non scende sotto ai tre quinti dei votanti e di solito all’elezione del presidente della repubblica partecipa il 98 per cento degli aventi diritto, in questo caso quindi votanti e aventi diritto spesso coincidono. Inoltre neanche la forza politica che otterrà il premio di maggioranza alla camera garantito dal sistema elettorale (340 seggi) potrà eleggere da sola il presidente della repubblica (per il quale si può stimare che serviranno 425-435 voti). 
7. Di cosa tratta il titolo V e come cambierà?
Il titolo V della seconda parte della costituzione è dedicato agli enti territoriali: comuni, province, città metropolitane e regioni. 
Nel 2001 è stato riformato da un governo di centrosinistra con una legge che ha introdotto alcune correzioni federaliste alla costituzione. Quella legge elenca le materie di competenza esclusiva dello stato e le materie di competenza sia dello stato sia delle regioni, quindi stabilisce che su tutte le materie non elencate la competenza spetta alle regioni. Ma la norma non ha fatto chiarezza su alcuni temi e ci sono stati molti ricorsi alla corte costituzionale per conflitti di competenza tra stato e regioni. 
La principale modifica proposta dalla legge Boschi è la revisione delle competenze legislative di stato e regioni, la soppressione della cosiddetta competenza concorrente, cioè della sovrapposizione di competenze tra stato e regioni, e l’introduzione di una “clausola di supremazia”, cioè del principio per cui, nei casi d’interesse nazionale, le decisioni dello stato prevalgono su quelle delle regioni. La riforma prevede anche l’abolizione delle province. 
8. Quali materie torneranno di competenza esclusiva dello stato? Cosa cambierà nella pratica?
Le materie che saranno di competenza esclusiva dello stato sono una ventina. Tra queste: la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia; le infrastrutture strategiche e le grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e le relative norme di sicurezza; i porti e gli aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale; il commercio con l’estero; l’adozione di disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali, per la sicurezza alimentare e il turismo; la tutela e sicurezza sul lavoro, le politiche attive del lavoro, l’ambiente e l’ecosistema; il sistema nazionale e il coordinamento della protezione civile; il coordinamento dell’uso delle tecnologie digitali nell’amministrazione statale, regionale e locale; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; l’adozione delle norme sui procedimenti amministrativi per assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale. 
La posizione del no Anche il testo della riforma lascia spazio a interpretazioni diverse sulle competenze di stato e regioni, quindi continueranno a esserci ricorsi alla corte costituzionale. Il problema si pone in particolare per le materie in cui la riforma prevede che lo stato stabilirà disposizioni generali e comuni, mentre l’attuazione spetterà alle regioni. 
La posizione del sì Aumentando le competenze esclusive dello stato, il rischio di contenziosi diminuirà. Tanto più che la cosiddetta clausola di supremazia consentirà, su questioni specifiche, di far prevalere lo stato sulle regioni. 
9. Cos’è il Cnel e perché con la riforma viene abolito?
Il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) si occupa delle leggi sull’economia e sul lavoro. Ha il compito di fornire dei pareri su questi temi al governo e al parlamento, ma può anche proporre delle leggi. È uno degli “organi di rilievo costituzionale”, cioè un organo previsto dalla costituzione, ma non essenziale al funzionamento dello stato. Per questo può essere abolito da una riforma. La legge Boschi prevede la sua soppressione perché ritiene che i costi del Cnel siano ingiustificati. 
10. Qual è il rapporto di questa riforma con la legge elettorale Italicum?
Il referendum non riguarda la legge elettorale Italicum, che è in vigore dal 1 luglio 2016. Ma l’Italicum è stato pensato in previsione della riforma costituzionale, per questo regola solo l’elezione dei deputati. 
Molti sostengono che l’Italicum e la riforma costituzionale messi insieme attribuiscono poteri molto forti al governo e al presidente del consiglio. E la riforma rafforza la legge elettorale, perché attribuisce solo alla camera dei deputati la possibilità di accordare la fiducia al governo. 
È in corso un dibattito sull’opportunità di modificare l’Italicum, che attribuisce un ampio premio di maggioranza (340 seggi su 630) alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti al primo turno o vince al secondo turno. 
La posizione del no La combinazione di Italicum e riforma costituzionale rafforza eccessivamente l’esecutivo e indebolisce le funzioni di indirizzo politico del parlamento. 


La posizione del sì Le due riforme garantiranno maggiore governabilità e un meccanismo di approvazione delle leggi più snello. La riforma costituzionale garantirà questo effetto con qualsiasi legge elettorale. 

lunedì 21 novembre 2016

Referendum. Articolo di Luciano Violante da "Huffington Post" - Le ragioni del sì -

Questa nota intende esporre le ragioni del Sì nel referendum costituzionale. Si divide in tre brevi parti. La prima è una premessa tendente a spiegare le ragioni per le quali questa è una scelta importante tanto per chi vota Sì quanto per chi vota No. Nella seconda parte si indicano i contenuti essenziali della riforma e si risponde alle principali obiezioni. Nella terza si indicano brevemente le ragioni storiche per le quali il sistema disegnato dalla Costituzione è improntato al principio di non decisione. 
Una premessa
Il referendum non è il giudizio universale, ma non è una scelta banale
Il referendum non è il giudizio universale e sono sbagliate le previsioni catastrofiche dei sostenitori dell'una o dell'altra alternativa in caso di vittoria degli avversari. Tuttavia non si tratta di un banale adempimento. Il voto deciderà il futuro del nostro sistema politico: se confermare l'assetto del 1948, che peraltro era stato criticato anche da autorevoli costituenti, come Calamandrei e Dossetti, o scegliere per il cambiamento.
Poiché non ogni cambiamento è di per sé migliorativo, occorre guardare i contenuti della riforma, se essi, al di là delle imperfezioni tecniche, segnano davvero un miglioramento. È in discussione il futuro del Parlamento, del Governo, delle Regioni e di alcuni moderni diritti di partecipazione dei cittadini. L'instabilità, dodici governi negli ultimi venti anni, verrà finalmente superata? Cesserà il dominio del Governo sul Parlamento con la sequenza decreti legge-maxiemendamenti-fiducia? Le grandi infrastrutture strategiche saranno finalmente decise a livello centrale? Si potranno riattivare forme di partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche?
La riforma risponde positivamente a questi interrogativi. Poiché una delle grandi difficoltà delle democrazie occidentali è costituita dalla estraneità dei cittadini alla politica, dovrebbe essere particolarmente sottolineata quella parte della riforma che riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a vedere prese in esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare, che oggi finiscono in un cestino. Si tratta di novità che, insieme ad una nuova legge elettorale che non sacrifichi la rappresentanza dei cittadini, potrebbe riattivare il circuito virtuoso tra società e politica.
Due importanti personalità, l'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema e l'ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo, entrambi contrari alla riforma, hanno minimizzato gli effetti di una eventuale vittoria del No, sostenendo che non sarebbe successo nulla, come non è successo nulla dopo la vittoria del No nel referendum del 2006 che respinse la riforma del centrodestra.
Quella riforma aveva aspetti preoccupanti: il presidente del Consiglio avrebbe potuto addirittura sciogliere direttamente la Camera dei deputati, tenendola quindi sotto costante ricatto. È stato un bene bocciarla. Ma proprio quella vicenda ci dice quanto è difficile riprendere il filo delle riforme dopo una bocciatura popolare. Dopo la bocciatura, come dicono le due illustri personalità, non è successo nulla. Appunto! Dal 2006 al 2016 abbiamo continuato con l'instabilità: sei governi in dieci anni, contro i tre della Germania e della Gran Bretagna, scelte di breve respiro, mutevolezza delle regole dovuta all'avvicendarsi delle maggioranze politiche. Nel 2018 dovrebbero tenersi le prossime elezioni politiche ed è evidente anche al più sconsiderato ottimista che l'attuale situazione di instabilità istituzionale, abusi regolamentari, lentezze decisionali si trascinerebbe ancora sia in questa che nella prossima legislatura.
Tacciare di conservatorismo chi sostiene il No è sbagliato. Come è sbagliato accusare di propensione all'autoritarismo i sostenitori del Sì. Il confronto può e deve essere civile. Il Sì e il No hanno pari dignità e meritano uguale rispetto. Ma hanno effetti del tutto diversi e di questi effetti occorre discutere.
Il contenuto della Riforma
La riforma non riguarda la Prima Parte della Costituzione (Diritti e Doveri dei Cittadini), ma solo la Seconda Parte (Ordinamento della Repubblica)
1. Questi i punti essenziali della Riforma:
a) La fiducia è data e può essere tolta dalla sola Camera dei Deputati, come avviene in tutte le democrazie parlamentari. Oggi per la fiducia occorre il consenso di entrambe le Camere, ma per sfiduciare un governo e farlo cadere basta il voto di una sola delle due Camere (è una eccezione in tutto il panorama delle democrazie parlamentari).
b) I componenti del Senato sono 95 elettivi (invece degli attuali 315) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica, più gli ex presidenti della Repubblica.
c) Sono previsti due distinti procedimenti legislativi; uno bicamerale, come oggi, che riguarda solo poche leggi di particolare importanza (ad esempio le leggi costituzionali) ed uno monocamerale che riguarda tutte le altre leggi: il Senato può proporre entro tempi assai brevi ( da 10 a 40 giorni, a seconda dei casi) modifiche ai testi approvati dalla Camera sulle quali quest'ultima decide in via definitiva. Ci sarà maggiore rapidità e soprattutto più chiarezza.
d) Il Senato svolge una intensa attività di controllo: sulle politiche pubbliche, sull'attuazione delle leggi, sull'attività delle pubbliche amministrazioni, sull'impatto nei territori delle politiche della Unione Europea.
e) La riforma prevede che i decreti legge debbano contenere misure immediatamente applicabili, e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Cesserà quindi l'abuso dei decreti legge che oggi possono riguardare qualunque materia e possono dettare regole anche per materie tra loro eterogenee.
f) Oggi il Capo dello Stato non riesce, di fatto, a rinviare alle Camere una legge di conversione di un decreto legge perché altrimenti farebbe scadere il termine dei 60 giorni entro il quale il decreto dev'essere convertito. La riforma prevede che quando il Capo dello Stato chiede alle Camere il riesame della legge di conversione del decreto legge, il termine per l'efficacia del decreto slitta da 60 a 90 giorni. Quindi c'è maggiore possibilità di controllo sulla maggioranza parlamentare e sul governo.
g) Il governo perde così uno strumento per poter ottenere leggi in poco tempo. In compenso, con la riforma, può chiedere alla Camera di deliberare sui progetti di legge di particolare importanza per il governo entro un termine scelto dalla stessa Camera tra 70 e 85 giorni.
h) Sono sottratti alle Regioni poteri di legiferare in materie che riguardano l'interesse nazionale . Apparterranno allo Stato le competenze sulle grandi infrastrutture strategiche, sul coordinamento della finanza e del sistema tributario, sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale.
i) Lo Stato può intervenire al posto di una Regione quando bisogna tutelare l'interesse nazionale oppure l'unità giuridica o economica della Repubblica (come nella Costituzione tedesca).
j) A compensazione della riduzione dei poteri, le Regioni attraverso i loro rappresentanti in Senato parteciperanno alla legislazione nazionale e alle attività di controllo sul governo nazionale.
k) Sono potenziati i diritti dei cittadini:
- è previsto, per la prima volta, il referendum propositivo;
- le proposte di iniziativa popolare devono essere necessariamente prese in esame dalle Camere nei tempi previsti dai Regolamenti parlamentari mentre oggi restano in genere nei cassetti del Parlamento; a questa disciplina più garantista è collegato un maggiore impegno dei cittadini perché oggi sono necessarie 150.000 firme e non più 50.000; oggi i cittadini italiani sono un po' più di 60 milioni mentre nel 1948 erano un po' più di 41 milioni; oggi inoltre tramite la rete è più facile raccogliere le firme.
- Quando i proponenti del referendum abrogativo raccolgono almeno ottocentomila firme (invece di 500.000 che è il numero minimo perché il referendum sia ammesso), la proposta è approvata se ha partecipato alla votazione non la maggioranza degli elettori, ma la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati e, naturalmente, se è raggiunta la maggioranza dei voti validi.
l) È prevista una nuova forma di controllo sulle leggi elettorali; prima della loro entrata in vigore una minoranza di parlamentari ( un quarto dei deputati o un terzo dei senatori) può chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la costituzionalità di una qualsiasi legge elettorale; questa possibilità è prevista anche nei confronti dell'Italicum. Chi è contro l'Italicum quindi, dovrebbe votare Sì per poter dare alla minoranza della Camera o del Senato la possibilità di chiedere una deliberazione preventiva di costituzionalità su questa legge elettorale.
Obiezioni e repliche
1. Obiezione È una svolta autoritaria.
Replica Non è esatto. Il presidente del Consiglio, comunque si chiami, non potrà porre la fiducia al Senato; non potrà abusare come oggi dei decreti legge. Il governo sarà sottoposto al controllo del Senato per tutto quanto riguarda le politiche pubbliche, l'attuazione delle leggi, il funzionamento delle pubbliche amministrazioni. I 56 ex presidenti della Corte costituzionale e costituzionalisti che sono per il No hanno scritto nel loro documento: "Non siamo tra coloro che indicano questa riforma come l'anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo".
2. O. L'Italicum dà troppi poteri al Presidente del Consiglio.
R. L'obiezione ha qualche fondamento, ma non si vota sull'Italicum; la Corte costituzionale prenderà in esame nei primi giorni di ottobre le eccezioni di costituzionalità sollevate dai tribunali di Messina e di Torino. Se prevalesse il Sì, la minoranza parlamentare potrebbe inoltre chiedere un giudizio di costituzionalità sulla intera legge (v., sopra, lettera l). È evidente inoltre che sta prendendo piede anche all'interno della maggioranza l'idea che quella legge elettorale vada cambiata.
3. O. L'elezione dei senatori da parte dei consigli regionali sottrae il potere di scelta ai cittadini e non è chiaro come verranno eletti.
R. Non è esatto. Il Senato non può tornare ad essere un doppione della Camera e perciò, come in Germania e in Francia, non è scelto direttamente dai cittadini. Tuttavia, la riforma rinvia ad una legge successiva (che potrà essere discussa e approvata solo dopo la vittoria del Sì, necessaria perché la riforma sia efficace) in base alla quale i senatori saranno eletti dai consigli regionali, ma "in conformità alle scelte espresse dagli elettori". Questo significa che la rosa dei candidati sarà determinata dal voto degli elettori e, all'interno di questa rosa scelta dagli elettori, i consigli regionali eleggeranno i loro senatori.
4. O. Il bicameralismo paritario non è mai stato un fattore di instabilità.
R. Non è esatto. Nel 1994 il centrodestra guidato da Berlusconi vinse bene alla Camera, ma non al Senato, dove la maggioranza si costituì grazie ad alcuni senatori che passarono al centrodestra, pur essendo stati eletti in altre liste. Nel 1996 Prodi fu autosufficiente al Senato, ma non alla Camera. Nel 2006, ancora, Prodi, vinse alla Camera ma non al Senato e ne 2013 è accaduta la stessa cosa a Bersani. Oggi il governo Renzi, si basa al Senato sui voti del gruppo del senatore Verdini, uscito da Forza Italia.
5. O. La stabilità è data dalla forza dei partiti, non dalle regole.
R. È vero. Ma se i partiti non hanno né forza né credibilità, dovremmo forse attendere che essi riacquistino queste doti? Evidentemente no. Perciò oggi servono quelle regole per la stabilità e la rapidità che la Costituzione non prevede perché il funzionamento delle grandi istituzioni politiche fu delegato ai partiti, senza fissare regole istituzionali. D'altra parte tutte le grandi democrazie hanno in Costituzione regole per la stabilità.
6. O. Le grandi riforme devono unire. Questa, invece, divide ed è stata approvata non da una grande maggioranza del Parlamento, ma solo dalla maggioranza di governo.
R. Le cose stanno diversamente. All'inizio per ben tre volte la riforma è stata votata anche da Forza Italia (che ha votato anche l'Italicum). M5S ha votato contro sin dall'inizio per ragioni pregiudiziali, indipendentemente dai contenuti. Poi, dopo l'elezione del Capo dello Stato, per ragioni che non riguardavano la persona del Presidente Mattarella, Forza Italia ha cominciato a votare contro. Se il centrosinistra avesse sospeso l'esame della riforma a quel punto avrebbe ceduto ad un cambiamento di posizione di un partito (che sino a quel momento aveva votato a favore) per ragioni estranee alla riforma costituzionale. D'altra parte se la Costituzione vigente prevede all'articolo 138 che le riforme costituzionali possano essere approvate anche dalla sola maggioranza assoluta dei senatori e dei deputati, come in questo caso, è segno che non sono obbligatorie grandissime maggioranze. Infine, tutte le grandi scelte dividono le comunità nazionali. Il Paese, al momento del Referendum tra Monarchia e Repubblica, si divise in due metà con conflitti aspri tra i sostenitori dell'una o dell'altra soluzione. La divisione netta avvenne in Francia, quando ci fu il referendum sulla proposta di riforma costituzionale proposta da De Gaulle nel 1969. L'abolizione della schiavitù negli USA, che costituiva una grande questione costituzionale, fu addirittura una delle ragioni della guerra civile americana (1861-1865).
7. O. Renzi ha fatto male a personalizzare il voto quasi si votasse su di lui e non sulla riforma costituzionale.
R. L'obiezione è giusta. Renzi ha fatto male a personalizzare; ma ha riconosciuto pubblicamente l'errore e ha smesso.
8. O. Se prevalesse il No non sarebbe un grande guaio; si potrebbe rifare una riforma costituzionale più gradita alla maggioranza degli italiani.
R.Non sarebbe così semplice. Le forze che sostengono il No sono compatte nell'avversare la riforma, ma sono tra loro incompatibili e divise sul da farsi. In ogni caso dall'ultima bocciatura referendaria avvenuta nel 2006 (riforma del centro destra) sono passati dieci anni e si sono succeduti cinque governi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi). Possiamo attendere altri dieci anni in una situazione di instabilità governativa, confusione legislativa e mancanza di certezze per il mondo produttivo italiano?
9. O. Era migliore la riforma del centrodestra bocciata dal referendum del 2006.
R. Non è esatto. Quella riforma era davvero una riforma autoritaria. Il Presidente del Consiglio entrava in carica senza un voto di fiducia esplicito della Camera; poteva nominare e revocare direttamente i ministri; poteva sciogliere la Camera a sua discrezione.
10. O. I senatori sono troppo pochi e come potranno svolgere contemporaneamente il doppio lavoro, quello di consiglieri regionali e quello di componenti del Senato?
R. I senatori non sono troppo pochi. In Germania, paese di 80 milioni di abitanti circa, i Senatori sono 69. E il cosiddetto doppio lavoro viene svolto egregiamente tanto dai senatori tedeschi quanto da quelli francesi.
11. O. Perché costringere a dare un solo voto a una riforma che tocca questioni così disparate? Io potrei essere d'accordo con l'abolizione del bicameralismo paritario e non essere d'accordo sul tipo di ripartizione di poteri tra Stato e Regioni; ma sono costretto a dare un solo voto.
R. L'obiezione ha certamente un senso, va rispettata ed è sostenuta da alcuni autorevoli costituzionalisti. Tuttavia l'art. 138 della Costituzione vigente dice "Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare...." (art. 138) e quindi sembra prevedere che il voto riguardi legge costituzionale nella sua interezza, non parti di esse. Questa interpretazione è confermata dal testo dell'art. 16 della legge n. 352 del 1970 che riguarda appunto questo tipo di referendum: " Il quesito da sottoporre a referendum consiste nella formula seguente: «Approvato il testo della legge di revisione dell'articolo... (o degli articoli ...) della Costituzione, concernente ... (o concernenti ...), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero ... del ... ?»; ovvero: «Approvate il testo della legge costituzionale ... concernente ... approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero ... del ... ?». L'articolo dispone chiaramente che la domanda sia una sola e riguardi la intera legge. Infine, occorre considerare che nelle riforme costituzionali di così vasta portata molte norme sono strettamente connesse le une alle altre; consentire un voto per parti separate potrebbe produrre scompensi gravi nel sistema costituzionale. Io voto nel referendum riguarda quindi l'intera legge ed è frutto di un giudizio sintetico e unitario su tutte le disposizioni della legge.
Appendice
Perché il sistema costituzionale italiano è improntato al principio di non decisione?
Nella nostra Costituzione mancano, per precise ragioni storiche e politiche, norme dirette a garantire la piena capacità di decisione dell'ordinamento. Dopo la Liberazione dal nazifascismo si fronteggiavano due coalizioni, una delle quali, Pci e Psi, faceva espresso riferimento all'Unione Sovietica e l'altra, Dc con i suoi alleati, faceva riferimento agli Stati Uniti. Le prime elezioni politiche dell'Italia repubblicana, che si sarebbero tenute nel 1948, avrebbero deciso anche della nostra collocazione internazionale: se avesse vinto il blocco Pci-Psi saremmo finiti nell'orbita dell'Unione Sovietica; se avesse vinto, come poi vinse, il blocco moderato saremmo stati attratti nell'orbita occidentale. Diritti fondamentali, libertà, rapporti tra pubblico e privato avrebbero avuto assetti completamente diversi se avessero vinto i filosovietici o i filoamericani. Conseguentemente, ciascuno dei due blocchi vedeva come una iattura la vittoria dell'altro, nutrendo sfiducia nella altrui capacità di rispettare le regole della democrazia. Per queste ragioni si evitò di formulare regole costituzionali a garanzia della stabilità e si affidò ai partiti il governo del sistema politico. Giorgio Amendola ne spiegò le ragioni in Assemblea Costituente:
"Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità se vuole governare e realizzare il suo pro- gramma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi...e c'è il fatto nuovo e positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica...Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all'azione dei partiti politici".
Il sistema ha funzionato sino a quando i partiti sono stati in grado di adempiere alla funzione indicata da Amendola. Quando sono entrati in crisi il sistema ha cominciato a perdere colpi in misura crescente. D'altra parte i costituenti, al di là della retorica della "costituzione più bella del mondo" erano ben consapevoli dei limiti del sistema che avevano messo in piedi.
Così Giuseppe Dossetti si espresse nel 1951, solo tre anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione.
"Questo sistema [...] è stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco di poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, sì come quello di uno stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un'azione di mediazione delle forze sociali , e tanto meno... un'azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale [...]".
Questo giudizio critico sulla Seconda Parte della Costituzione fu comune a molti degli stessi costituenti e riflette una diffusa preoccupazione che rimase tale sino a quando i partiti ebbero la forza di costruire e governare i processi politici. Il 4 settembre 1946, ad esempio era stato approvato in seconda sotto- commissione dell'Assemblea costituente l'ordine del gjorno Perassi, che appariva frutto della consapevolezza dei rischi cui andava incontro quello specifico ordinamento della Repubblica:
"La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l'adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo".
La riforma pertanto tende a rispondere all'allarme di molti costituenti, da Calamandrei a Mortati, portando in Costituzione quelle regole della stabilità e della funzionalità che erano state tenute fuori e affidate ai partiti.